Lavorare troppo aumenta il rischio di infarto: OMS ed Insubria lo dimostrano

Il rischio di morte per infarto aumenta con l’aumentare dello stress lavorativo: numeri, ricerca, responsabilità e risarcimenti


Che lavorare troppo non faccia bene alla salute non è una novità. In questo periodo di pandemia più volte sui giornali, nei TG e sui social, sono state mostrate immagini del personale sanitario stremato da turni lunghissimi. Lo straordinario è diventata una condizione inevitabile per loro, ma molto diffusa anche tra quanti lavorano in home-working: spesso senza pause e con il protrarsi dell’orario lavorativo oltre le 8 ore, spesso dettato da un “stacco appena ho finito questa cosa”.

Vediamo alcuni numeri

Il rischio di morte per malattie ischemiche di cuore aumenta del 17% per chi lavora più di 55 ore settimanali, rispetto a chi ne lavora fino a 40. Questi sono i dati di una recente pubblicazione sulla rivista scientifica Environmental International. Lo studio, iniziato nel 2019, patrocinato e condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ed International Labor Office di Ginevra, è stato sviluppato con la partecipazione di esperti a livello mondiale e con il contributo del professor Sergio Iavicoli, di Inail Roma, da anni attento osservatore di questa problematica lavorativa.

La ricerca dell’Insubria

Ha partecipato alla ricerca anche il professor Marco Mario Ferrario, del Centro di ricerche in Epidemiologia e Medicina Preventiva (Epimed) dell’Università dell’Insubria che, affiancato dallo specializzando di Medicina del Lavoro Marco Roncaioli, ha dichiarato: “Lo studio è durato oltre un anno, per la raccolta della bibliografia, la valutazione della qualità dei dati raccolti e l’analisi statistica. Ora si deve calcolare quanti decessi per attacchi ischemici di cuore sono attribuibili al troppo lavoro in ognuno dei 194 Paesi coinvolti nell’indagine”.

Studi precedenti, sempre del gruppo di ricerca del professor Ferrario, avevano dimostrato la lesività di una continuativa esposizione a stress lavorativo, che infatti ha proseguito: “abbiamo rilevato che modificazione nocive della Heart Rate Variability (HRV – variabilità della frequenza cardiaca), che possono provocare danno cardiaco, sono evidenziabili solo in condizioni di stress cronico, ovvero perdurante nel tempo”.

Responsabilità ed indennizzi

Il dipendente colpito da infarto può ottenere un indennizzo assicurativo dall’Inail, inoltre, se la malattia professionale fosse stata determinata da negligenza del datore di lavoro, tenuto per legge a salvaguardare salute e sicurezza dei dipendenti (art. 2087 Codice Civile), potrà ottenere da quest’ultimo il risarcimento danni. Secondo la Suprema Corte, lo stress lavorativo si viene a registrare con due modalità: la prima, in cui l’eccesso di prestazione discenda da un’oggettiva inadeguatezza organizzativa (intesa come insufficienza di organico, distribuzione scorretta dei carichi di lavoro, ecc…); la seconda, derivabile da eccessi volontari del lavoratore riguardo i quali però il datore di lavoro acconsente tacitamente.

Art. 2087. (Tutela delle condizioni di lavoro).
L’imprenditore e’ tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Eventuali richieste di danni

Il dipendente che intende richiedere un risarcimento danni al proprio titolare, dovrà provare la violazione da parte di quest’ultimo rispetto l’obbligo di non recare danno alla sicurezza e salute del dipendente, e di non aver messo in atto tutte le misure necessarie a tutelare la sua integrità psico-fisica. Il datore di lavoro, invece, citato per danni, avrà l’onere di provare che l’infarto è dipeso da un fatto a lui non imputabile; cioè da un fatto che presenti i caratteri dell’abnormità, dell’inopinabilità e dell’esorbitanza in relazione al procedimento lavorativo e alle direttive impartite.

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