Fontana ordina il coprifuoco in Lombardia: dannoso per l’economia e probabilmente inutile

Dopo l’ok del Ministro Speranza si attende l’ordinanza: coprifuoco dalle 23 alle 5, didattica a distanza nelle scuole secondarie e chiusi i centri commerciali non alimentari nei weekend.

La Regione Lombardia, con l’Ok del Ministro Speranza e dei sindaci dei capoluoghi di Regione, è al lavoro per varare nelle prossime ora la nuova “ordinanza coprifuoco” per cercare di contrastare l’aggravarsi della pandemia.

Il coprifuoco dalle 23 alle 5

Regione Lombardia ha chiesto al governo Conte, nella persona del Ministro della Salute, Roberto Speranza, ed ottenuto parere positivo, per lo stop di tutte le attività e degli spostamenti, ad esclusione dei casi di comprovata necessità, o per motivi di salute e di lavoro, nell’intera Lombardia dalle ore 23 alle 5 del mattino a partire da giovedì 22 ottobre.

La proposta è stata avanzata al Governo dai i Sindaci dei Comuni capoluogo di Regione, insieme al presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Mauro Guerra, ai capigruppo di maggioranza e di opposizione e al governatore Attilio Fontana.

“Credo sia opportuno prendere un’iniziativa come questa che è simbolicamente molto importante ma non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi, senza però lasciare che la situazione peggiori. Ho sempre sostenuto che l’Italia non si può permettere un lockdown, dal punto di vista economico ma anche psicologico. Dobbiamo evitarlo, dobbiamo trovare la strada migliore per evitarlo”.

Attilio Fontana, Quarta Repubblica su Rete4 il 19 ottobre 2020

Bar, ristoranti e sale giochi

L’ordinanza prevede la chiusura dalle 23 di tutte le attività. Nei bar e ristoranti le consumazioni saranno consentite dopo le 18 solo al tavolo. Sono anche chiusi dalle 18 alle 6 del mattino i distributori automatici di alimenti e bevande posti sulle pubbliche vie.

Chiuse in tutta la Regione le sale scommesse, sale giochi e le sale bingo. Vietato l’uso delle slot machines nei bar e in qualsiasi altro esercizio pubblico.

Didattica a distanza

Regione Lombardia ha deciso anche l’alternarsi tra distanza e presenza delle attività didattiche per tutte le scuole secondarie di secondo grado e le istituzioni formative professionali di secondo grado. Raccomandazione alle università di attivare la didattica a distanza appena possibile.

Mezzi di trasporto

Secondo le prime indiscrezioni, come di consuetudine, ci saranno adeguate norme stringenti per le società di trasporto private, ma nessuna stretta sui trasporti pubblici, se non lo scaglionamento degli ingressi a scuola. In tutta la Regione i pendolari potranno continuare ad ammassarsi su pullman, metro e tram, l’importante è che siano ben stipati per raggiungere il posto di lavoro o la scuola, ma che non facciano acquisti nei weekend.

Metropolitana di Milano

Fontana ha fatto bene i calcoli?

Sicuramente conoscerà i numeri in ascesa dei nuovi positivi, ieri 1687, di cui il 90-95% asintomatici e poco infettivi, ma sicuramente parla a sproposito dichiarando che la nuova ordinanza “non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi”.

Secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano è emerso che la Lombardia si classifica al primo posto in Italia per numero di imprese ristorative: 22,000 ristoranti e 26,000 bar. Come potrebbero sopravvivere queste imprese, già molto compromesse dal primo lockdown, con le nuove restrizioni e senza concreti aiuti economici dal Governo?

Non dimentichiamo che Fontana, ancora indagato dalla Procura di Milano, si è interessato al fatturato di Dama spa, per la fornitura di mezzo milione di euro di camici, in quanto di proprietà del cognato Andrea Dini e di sua moglie Roberta Dini; ma non si interessa anche alle altre aziende presenti sul territorio? Secondo Unioncamere, infatti, il 1° trimestre del 2020 ha già visto chiudere oltre 20.000 attività, e nel 2° trimestre ne sono state chiuse altre 9.880. Quante ne chiuderanno ancora?

Perché non usare il modello Stoccolma?

A Stoccolma, come in tutta la Svezia, la strategia di non attuare alcun lockdown ha funzionato. Sotto la guida dell’epidemiologo Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di Sanità Pubblica svedese, la Svezia, ha semplicemente puntato sul buonsenso e su un minimo distanziamento sociale, una sorta di immunità di gregge, senza distruggere la propria economia e mettendo in ginocchio i propri cittadini.

Mettendo i dati svedesi a confronto con quelli italiani, possiamo notare che l’assenza di restrizioni ha generato meno morti: 61 morti ogni 100.000 abitanti in italia, contro i 57 morti, sempre ogni 100.000 abitanti, in Svezia.

Dal punto di vista economico, la Svezia, seppur in sofferenza, secondo le stime della Commissione Europea perderà il 5,3% del proprio Pil. L’Italia, devastata da lockdown e restrizioni, perderà, secondo le stime dal 10,2 al 12,4% del suo Pil.

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Sequestrato un arsenale di armi a varese; 4 arresti per traffico internazionale di armi da guerra


VARESE – La Polizia di Stato di Varese, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione/UCIGOS e diretta dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio, ha arrestato 4 persone coinvolte in un traffico internazionale illegale di armi da guerra.

I poliziotti della Digos hanno sequestrato, in appartamenti e cantine in uso agli
arrestati, un vero e proprio arsenale di armi: oltre 50 tra mitragliatori, fucili di
assalto, carabine e pistole; sono stati altresì sequestrati 14 manufatti esplosivi,
granate, numerosi pezzi di armi, serbatoi per cartucce ed oltre 10.000 munizioni di vario calibro.

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Italia pronta a fallire: in arrivo coprifuoco serale e chiusure settoriali.

Oltre al coprifuoco notturno e le chiusure di migliaia di attività, avanza anche l’ipotesi di didattica a distanza per le scuole superiori.

Governo e Ministero della Salute stanno studiando un nuovo giro di vite per arginare i numeri in crescita dell’emergenza Coronavirus. In accordo con le regioni potrebbero essere istituiti dei lockdown regionali, direttamente dai governatori. Al momento le misure al vaglio sono: coprifuoco dalle 22; chiusura di palestre, parrucchieri, barbieri, centri estetici, cinema e teatri; didattica a distanza per le scuole superiori.

Quanto sono realmente preoccupanti i numeri dei contagi?

I dati ufficiali di ieri, 15 ottobre 2020, mostrano una netta crescita di positivi: 8.804, di cui il 95% asintomatici e con ridotta carica virale, a fronte del record di 162.932 tamponi. In aumento anche i ricoveri ospedalieri, che però, come conferma Giorgio Palù, past president delle Società Italiana ed Europea di Virologia, rappresentano il 6% dei positivi. Da considerare, inoltre, che molti dei ricoverati sono soggetti paucisintomatici, e per molti altri si tratta di ricoveri sociali: persone anziane e sole. Questi dati evidenziano ancora una volta che la situazione è ben differente da quella dei mesi di marzo ed aprile. Crescono i contagi all’aumentare del numero dei tamponi, è logico, ma la letalità del Covid-19 è stabile, tra i positivi, tra lo 0,3 e lo 0,4%.

Quanto interessa al Governo il pensiero del Comitato Tecnico Scientifico?

Da un lato il Governo Conte già prevede misure più drastiche per il contenimento del virus, dopo aver varato l’ennesimo DPCM appena due giorni fa’. Dall’altro, Agostino Miozzo, coordinatore del CTS, dichiara: “Il Cts non sta facendo alcun pressing sul governo. Stiamo pensando di convocare una riunione del Cts nelle prossime ore, ma nessuno ci ha chiesto nulla, né noi abbiamo chiesto nulla“.
Sebbene sia innegabile che nelle scorse ore, ambienti vicini al Comitato, avevano comunicato che sarebbero serviti provvedimenti più restrittivi per far fronte all’incremento dei contagi, risulta assurdo che un Governo (composto da avvocati, ex bibitari, ex comici, ex disoccupati cronici, ecc), dopo aver appena prorogato lo stato d’emergenza sanitaria, si arroghi il diritto, senza il parere di un comitato di esperti, di decidere per il futuro di un’intera nazione.

Il rischio del fallimento sociale

Secondo uno studio del Sole24Ore condotto su un campione di 3,4 milioni di persone a livello mondiale, e pubblicato il 25 Giugno 2020, è emerso che la solitudine fa aumentare il rischio di morte precoce del 26%, l’isolamento sociale del 29%, e vivere soli del 32%. Certamente la ricerca sugli effetti dell’isolamento sociale legati alla mortalità erano a lungo termine, tuttavia, l’angoscia significativa causata da queste pratiche di isolamento (didattica a distanza, chiusura di luoghi d’aggregazione, ecc) portano ad effetti negativi sul benessere e sulla salute mentale di ogni individuo: soprattutto in termini di disturbi alimentari, di alcolismo e di gioco d’azzardo telematico.

Il sicuro fallimento economico

Un virus con una letalità minore dello 0,001% a livello nazionale (fonte: epicentro.iss.it), in concomitanza con un Governo, molto probabilmente di incapaci, che prende decisioni spesso contrarie al Comitato Tecnico Scientifico, non potrà che portare i cittadini alla fame, ed alla “guerra dei poveri”.

Secondo l’Istat, l’impatto della crisi Covid-19 determina seri rischi per la sopravvivenza del 38,8% delle imprese italiane. Una catastrofe economico-sociale che farebbe perdere il posto di lavoro a circa 3,6 milioni di italiani.

Probabilmente, ma non sicuramente, barricandosi in casa ed interrompendo qualsiasi rapporto sociale non contrarranno il Coronavirus, ma certamente il loro problema sarà pagare il mutuo della casa in cui vivono, fare la spesa, e sostenere le spese di primaria necessità.

Se gli italiani non tornano a mangiare ai ristoranti, forse non si ammalano, ma i ristoranti chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno dal parrucchiere o dal barbiere, forse non si ammalano, ma i saloni chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno al cinema o a teatro, forse non si ammalano, ma i cinema ed i teatri chiudono e lasciano a casa il personale.

Forse chiudere tutto, anche a fasce orarie, potrebbe essere una delle soluzioni per difenderci da un virus ormai poco letale, ma sicuramente è la scelta migliore per mettere in ginocchio milioni di italiani.

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Pusher senegalese in manette: da Arona a Busto Arsizio per acquistare stupefacenti da rivendere

Da Arona ai boschi tra Busto Arsizio e Castellanza per rifornirsi di droga di rivendere: pusher in trasferta arrestato dalla Volante del Commissariato della Polizia di Stato di Busto Arsizio.

I controlli tra Busto Arsizio e Castellanza

Nel corso della giornata di ieri, 15 ottobre 2020, durante i regolari servizi di controllo del territorio, estesi alle zone limitrofe alla città dove è presente il fenomeno dello spaccio, la pattuglia del Commissariato, ha notato due uomini a piedi in via della Pace, proprio a ridosso del bosco. Vedendo avvicinarsi la Volante, i due hanno fatto per allontanarsi, ma i poliziotti, insospettiti, li hanno bloccati e identificati. Uno dei due, un senegalese di 50 anni residente ad Arona, ha subito mostrato agli agenti una dose di hashish, minimizzandone il possesso, sostenendo che si trattava del “fumo” destinato al suo consumo personale e chiedendo insistentemente di essere lasciato libero in quanto doveva andare a lavorare.

La perquisizione e l’arresto

I poliziotti, invece, lo hanno perquisito scoprendo che in una calza aveva nascosto circa 40 grammi di sostanze stupefacenti: cocaina e hashish, già divise in dosi. Per il pusher senegalese, risultato tra l’altro disoccupato, sono scattate le manette per detenzione di droga destinata allo spaccio. Secondo la Procura, c’è infatti motivo di ritenere che lo straniero avesse raggiunto i “boschi dello spaccio”, tra Busto Arsizio e Castellanza, per rifornirsi di sostanze stupefacenti da rivendere al dettaglio nella zona di residenza.

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Smaltimento mascherine e DPI: evitare un disastro ecologico

Guida allo smaltimento dei Dispositivi di Protezione Individuale, per non passare da un’emergenza sanitaria ad un disastro ecologico.

Abbandonate per strada migliaia e migliaia di mascherine, guanti gettati via dopo il loro utilizzo, senza nessuna cura per il benessere del nostro pianeta e per la sicurezza altrui: lo smaltimento dei DPI dovrebbe essere una questione importante per tutti. Sono purtroppo moltissimi gli episodi di dispersione nell’ambiente di guanti e mascherine verificatisi negli ultimi mesi. La riapertura dei luoghi di lavoro e delle scuole, in combinazione con l’obbligo delle mascherine, deve andare di pari passo con una maggior sensibilità verso l’ambiente. Un disinteresse verso il giusto smaltimento dei DPI potrebbe portare dall’emergenza sanitaria a un disastro ecologico.

Coronavirus e superfici

Tutti i virus al di fuori della cellula umana vengono sconfitti facilmente. Il Sars-CoV-2 sembrerebbe molto sensibile alla luce del sole e ai disinfettanti a base di cloro. Ormai è noto, a livello teorico, che il Coronavirus sopravvive da pochi minuti a qualche giorno al di fuori del corpo umano.

Senza sole e in presenza di materiale biologico il virus sopravvive più a lungo; esposto ai raggi UV o in zone sanificate resiste invece molto poco. Questi sono fattori molto importanti, sicuramente da tenere in considerazione, anche per la gestione dei rifiuti.

All’Istituto Superiore di Sanità è attivo un gruppo di lavoro per capire se i rifiuti possano rappresentare un reale veicolo di trasmissione, ma ad oggi non è ancora noto il tempo di sopravvivenza del virus sulle superfici dei rifiuti domestici.

I rischi dell’abbandono dei DPI

Esiste un duplice rischio: sanitario e ambientale. Rifiuti potenzialmente infetti, che andrebbero dunque smaltiti nell’indifferenziata, potrebbero entrare in contatto con chiunque. Il virus, plausibilmente ancora presente sulle superfici dei DPI, potrebbe infettare un nuovo “ospite” e far quindi aumentare il numero dei positivi.

Il danno ambientale è invece molto più reale e chiaramente visibile. La quasi totalità dei dispositivi abbandonati sono realizzati in fibre di polipropilene o poliestere, ovvero plastica, oppure in nitrile, lattice, Pvc o altri materiali sintetici. Tutti prodotti che abbandonati sui marciapiedi, nei parcheggi e ai bordi delle strade, alle prime piogge rischiano di finire nei tombini, andando direttamente a inquinare fiumi, laghi e mari. Da sottolineare, oltre la tossicità dei materiali per l’ambente, il rischio reale che molti animali selvatici possano morire: ingerendo o rimanendo impigliati nei nostri DPI.

Richard Thompson, professore di biologia marina dell’Università di Plymouth, che ha coniato il termine “microplastica” nel 2004, ha dichiarato: “I governi chiedono a ogni cittadino di indossare una mascherina, ma questo non deve significare creare rifiuti. Manca una riflessione su ciò che accadrà a questi oggetti alla fine del loro ciclo di vita. Se questi prodotti vengono utilizzati per strada, dobbiamo insegnare alle persone come smaltirli”.

Il corretto smaltimento di guanti e mascherine

Le linee guida dell’ISS nell’ultimo rapporto sono chiare. Se appartengono a persone non positive, bisogna trattare i DPI come rifiuti normali, quindi smaltirli negli appositi contenitori per l’indifferenziata, ma con un accorgimento: chiuderli a loro volta in un sacchetto, in modo che non possano entrare in contatto con gli operatori ecologici durante il rituro dell’immondizia. Dove si fa la raccolta differenziata non c’è motivo di sospenderla.

Se i DPI appartengono a persone positive, o sottoposte a quarantena, devono essere utilizzati almeno due sacchetti l’uno dentro l’altro o in numero maggiore se poco resistenti. La raccolta differenziata dev’essere sospesa e tutti i rifiuti prodotti devono essere smaltiti come materiale non riciclabile, ovvero indifferenziato. Utile l’utilizzo di un contenitore a pedale, in modo da evitare il contatto con materiale infetto. I sacchi contenenti i DPI vanno chiusi utilizzando guanti monouso e non vanno schiacciati. Il corretto smaltimento sarebbe giornaliero, secondo le procedure in vigore nel proprio Comune di residenza, considerandoli sempre rifiuti indifferenziati.

In entrambi i casi, conferma l’ISS, lo smaltimento finale dei DPI sarà effettuato attraverso inceneritori e termovalorizzatori. In questo modo il virus, eventualmente presente nei rifiuti domestici, sarà completamente distrutto e si limiteranno il più possibile i danni all’ambiente.

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Truffa e spendita di monete false: quindicenne nei guai!


GALLARATE – Nel pomeriggio di lunedì 12 ottobre, gli uomini del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Gallarate sono intervenuti in un bar cittadino a seguito della richiesta da parte del gestore che ha segnalato, la presenza di un giovane che aveva tentato di pagare una consumazione con soldi falsi. Giunti sul posto, gli Agenti hanno constatato che effettivamente si trattava, nello specifico, di una banconota chiaramente falsa e sono stati indirizzati verso un giovane, minorenne, ancora all’interno del bar.

Il giovane, una volta avvisato il padre, è stato accompagnato presso gli uffici del Commissariato e sottoposto a perquisizione personale che ha permesso di rinvenire, all’interno di una tasca dello zaino in suo possesso, un’altra banconota da 10 euro palesemente contraffatta.

Il proprietario del bar ha consegnato agli Agenti altre due banconote, una da dieci e una da venti euro, entrambe contraffatte, riferendo che anche queste erano state spese dallo stesso ragazzo alcuni di giorni prima.

Il giovane infatti, approfittando dell’anziano gestore con problemi di vista, aveva chiesto di cambiare le banconote in tagli più piccoli, abbandonando velocemente il bar dopo aver ottenuto quanto richiesto. L’anziano purtroppo si era reso conto solo in un secondo momento, dopo un attento controllo delle banconote, di essere stato truffato.
Il quindicenne dovrà ora rispondere di truffa e spendita di monete false.

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Triplicati i controlli della Polizia Ferroviaria: arrestati 25 latitanti in Lombardia

Un giro di vite contro la delinquenza nelle stazioni e sui treni della Lombardia.

Sono in tutto 25 i latitanti arrestati dalla Polizia Ferroviaria del Compartimento per la Lombardia, negli ultimi tre mesi, nelle stazioni e sui treni: circa 1 ogni 3 giorni. I controlli nei principali scali lombardi, triplicati rispetto allo scorso anno, essendo passati da 70.000 a 220.000, hanno permesso di rintracciare i ricercati nei cui confronti pendevano ordini di carcerazione per pene definitive oppure ordinanze di custodia cautelare.

Nel dettaglio, i maggiori controlli hanno permesso di fermare: 6 responsabili di rapine, commesse per lo più in ambito ferroviario o a bordo di treni; 7 responsabili di furti, nella maggior parte dei casi sempre commessi a bordo di convogli ferroviari; 4 ricercati per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti e 2 destinatari di un ordine di carcerazione europeo per omicidio.

I rimanenti provvedimenti restrittivi eseguiti dalla Polfer della Regione Lombardia, infine, hanno riguardato reati di maltrattamenti in famiglia, truffa, danneggiamento ed immigrazione clandestina.

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Nuovo Decreto Legge: l’illegalità della mascherina

Sono trascorsi diversi mesi dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, eppure il virus non cessa di essere il protagonista indiscusso dei nostri pensieri e delle diatribe medico-politiche.

Uno degli argomenti su cui quasi chiunque ha espresso almeno una volta il proprio parere è: la questione delle mascherine. Quali usare, quando usarle, a chi farle indossare, dove indossarla e perché.

Ebbene, senza voler scendere nel merito della reale efficacia di questi dispositivi, la cui valutazione è opportuno lasciarla alle menti scientifiche, anche se spesso contrastanti; rivolgiamo l’attenzione su uno scenario che è rimasto in secondo piano: i regolamenti regionali e ministeriali che impongono ai cittadini di indossare le mascherine sono legittimi?

L’obbligo di indossare le mascherine: inizio dell’emergenza pandemica

Inizialmente, l’obbligo di indossare le mascherine non si è articolato in modo uniforme sul territorio. Tale obbligatorietà è stata prevista in modo “trasversale”, ovvero solo per determinate fasce di popolazione (i sanitari, gli esercenti commerciali dei beni di prima necessità come alimentari, farmacie etc.) e solo a livello regionale.
Quindi, obbligatorie solo per alcuni e, comunque, non dappertutto.

La Lombardia è stata la prima ad emettere un’ordinanza con cui ha imposto l’obbligo a chiunque esca di casa di coprire naso e bocca, possibilmente con una mascherina o, in mancanza, impiegando una sciarpa o un foulard (Ordinanza n. 521 del 4/4/2020).
Hanno seguito a ruota, sempre nel mese di aprile, la Valle d’Aosta, stabilendo l’obbligo di indossare mascherina e guanti, non solo per gli esercenti commerciali, ma anche per chi andava a fare la spesa. Ugualmente ha disposto il Veneto. Piemonte e Toscana avevano comunicato che avrebbero reso obbligatorio l’uso della mascherina per tutti, ma solo dopo aver provveduto a distribuirne gratuitamente una gran quantità alla popolazione.

Infine, con il DPCM del 26 aprile, finalizzato ad accompagnare l’Italia nella soprannominata “FASE 2”, l’obbligo è stato introdotto e regolamentato sull’intero territorio nazionale.

Oggi, 8 ottobre 2020, con la pubblicazione e l’entrata in vigore del nuovo Decreto Legge, la mascherina diventa un obbligo per tutti i cittadini al di fuori delle proprie case. Esclusi solamente i bambini, coloro che fanno sport e quelli con patologie che non consentono l’uso di tale protezione.

La normativa di carattere penale attualmente vigente

In questo periodo di Governo del buon avvocato Conte, c’è un elemento che pare essere stato completamente dimenticato: il precetto penale.
Nell’ordinamento italiano infatti esistono ancora delle norme, di carattere penale, che vietano di comparire mascherati in un luogo pubblico.

In particolare, sono due le norme fondamentali che impongono tale restrizione:

  • la prima – l’art. 85 del Testo Unico di legge sulla Pubblica Sicurezza (R.D. n. 773 del 18 giugno 1931), che così recita: “E’ vietato comparire mascherato in luogo pubblico. Il contravventore è punito con l’ammenda da L. 100 a 1000. È vietato l’uso della maschera nei teatri e negli altri luoghi aperti al pubblico, tranne nelle epoche e con l’osservanza delle condizioni che possono essere stabilite dall’autorità locale di pubblica sicurezza con apposito manifesto. Il contravventore e chi, invitato, non si tolga la maschera, è punito con l’ammenda da L. 100 a 1000”.
  • la seconda – l’art. 5 della Legge n. 152 del 22 maggio 1975: “E’ vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. ((Nei casi di cui al primo periodo del comma precedente, il)) contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. ((Qualora il fatto è commesso in occasione delle manifestazioni previste dal primo comma, il contravventore è punito con l’arresto da due a tre anni e con l’ammenda da 2.000 a 6.000 euro.)) Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza“.

Dalla lettura di queste disposizioni sorgono due importanti interrogativi: cosa vuol dire “mascherati” e quali sono i “giustificati motivi”?

Il Coronavirus è realmente un “giustificato motivo”?

Il presupposto è ora chiaro: esistono due norme di rilevanza penale che impongono di non comparire in luogo pubblico mascherati, o con altri mezzi che rendano difficile il riconoscimento, se non per giustificato motivo. Opportuno chiedersi se effettivamente le ragioni che stanno alla base dell’obbligo imposto siano valutabili come un “giusto motivo”, tale da scriminare questo comportamento che, altrimenti, avrebbe indubbiamente rilevanza penale.

Fatto pacifico, e non contestabile, è che il virus si trasmetta tramite un contatto stretto con una persona infetta. Lo stesso Ministero della Salute, Roberto Speranza, nella pagina Web appositamente dedicata a fornire chiarimenti sulla natura del Covid-19, scrive: “Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette”.

Il Coronavirus, quindi, non aleggia libero nell’aria rendendola infetta. A riprova di ciò, ad oggi, non ci sono protocolli sanitari che chiariscano come l’uso delle mascherine in luoghi aperti, non affollati, con il mantenimento del distanziamento sociale, sia funzionale a prevenire la diffusione del contagio di Coronavirus.


Indossare la mascherina in luoghi aperti, quindi, non essendoci evidenze scientifiche di alcun tipo, non può essere in alcun modo un “giustificato motivo” per coprire il volto.

Cittadini e Pubblici Ufficiali commettono reati

Considerato che indossare le mascherine per prevenire o limitare la diffusione del virus, soprattutto all’aperto, non costituisce un giustificato motivo, va da sé che tale comportamento sia penalmente rilevante ai sensi degli articoli prima citati (art. 5, L. 152/75, e art. 85 R.D. 773/1931).

Eppure, basta affacciarsi alla finestra di casa per rendersi conto di quanti cittadini, certamente convinti di fare una cosa buona e giusta, circolinoi nelle pubbliche vie, anche da soli, indossando una mascherina.

La domanda, alla luce di ciò, diventa: per quale motivo nessun Pubblico Ufficiale in servizio, che rileva la presenza di persone dotate di mascherine in luogo pubblico, non ha mai segnalato all’Autorità Giudiziaria tali notizie di reato, rendendosi a sua volta passibile del reato di “Omessa denuncia di reato da parte del Pubblico Ufficiale“?

La risposta è molto banale: un’abrogazione implicita, ed illegale, sia dell’art. 85 del Testo Unico di legge sulla Pubblica Sicurezza, sia dell’art. 5 della Legge n. 152 del 22 maggio 1975

Se non fosse così, non ci si spiega come nessuno sia mai intervenuto a sanzionare tali comportamenti penalmente rilevanti.

Giuseppe Conte istiga a delinquere

Ma non è tutto. Sempre considerato che circolare per le pubbliche vie con il volto coperto e non riconoscibile sia penalmente rilevante, se non vi sia stata un’abrogazione implicita ed illegittima dei precetti penali che lo sanzionano, si potrebbe affermare che il nuovo Decreto Legge, che impone di andare in giro indossando la mascherina, di fatto stiano invitando la popolazione a tenere un comportamento contra legem.

Il Governo, in particolare l’avvocato Conte, che ben dovrebbe conoscere la legge, anche per via del suo titolo di studio, sarebbe penalmente perseguibile per il reato di “Istigazione a delinquere”; l’art. 414, comma primo, Codice Penale, infatti recita: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione”.

Obbligatorietà dell’azione: R.I.P. in Italia

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione, che in Italia risulta ancora costituzionalmente previsto, è quindi stato abrogato? In linea ormai puramente teorica in Italia, l’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero, è infatti obbligatorio ai sensi dell’art. 112 della Costituzione, come recepito anche negli artt. 50 e 405 c.p.p.; cioè l’azione penale diventa obbligatoria quando la “notizia di reato” è fondata e, in generale, quando gli elementi raccolti durante la fase investigativa sono sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio. La pubblicazione di un Decreto Legge sulla Gazzetta Ufficiale non è quindi una fondata notizia di reato?

Ai Lettori, e soprattutto ai Magistrati, il compito di rispondere.

Mascherina? Non ovunque se credi nelle leggi italiane

Molti riterranno l’utilizzo delle mascherine un “giustificato motivo”, idoneo a scongiurare un eventuale peggioramento della pandemia, sebbene in contrasto con i precetti penali sopra riportati. Bisogna tuttavia considerare che uno dei principi cardine del nostro Ordinamento è quello della gerarchia tra le fonti del diritto: esse non sono tutte di pari grado, bensì assumono importanza differente.

La legge costituzionale è all’apice della gerarchia, seguita dalle leggi statali ordinarie e, solo in seguito, da quelle regolamentari (sia di origine governativa, sia regionale).
La fonte superiore, chiaramente, deve prevale su quella inferiore e quest’ultima non può in alcun modo contraddire le fonti di grado superiore.

Ciò comporta, quindi, che i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri o i Decreti Legge, non possano imporre un precetto che sia in contrasto con quello di una legge ordinaria (quale è quella penale).

Le vie percorribili sono in definitiva due: o è avvenuta un’abrogazione implicita, dunque anche illegale, degli artt. 5, L. 152/75, e 85 R.D. 773/1931, poiché il loro contenuto è completamente in contrasto con il nuovo Decreto Legge, oggi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che impone di andare in giro “mascherati”, oppure quest’ultimo, come tutti precedenti, devono essere disapplicati in favore delle leggi penali di rango superiore.

Il contesto legislativo in cui ci troviamo è comunque a dir poco confusionario ed assurdo, e sarebbe auspicabile che, nonostante il periodo di “probabile emergenza sanitaria” e la necessità di farvi fronte velocemente, non si perdano di vista altri valori altrettanto importanti su cui si basa il nostro Stato, quali quelli sanciti nella nostra Costituzione.

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Coronavirus – Attenzione alle truffe telefoniche!

Delinquenti si spacciano telefonicamente per figli o nipoti, spesso di persone anziane, nel tentativo di far sborsare soldi per false cure mediche.

In questi ultimi giorni, segnala la Questura di Varese, si sono verificati diversi tentativi da parte di malintenzionati di raggirare persone anziane, facendo credere loro di dover sborsare ingenti somme di denaro per curare un parente che avrebbe contratto il coronavirus. Si tratta di raggiri che delinquenti senza scrupoli mettono in atto per derubare ed estorcere denaro alle vittime prescelte.

Nella giornata di ieri, numerose richieste di aiuto sono arrivate alla Centrale Operativa della Questura di Varese da parte di cittadini che avevano appena ricevuto telefonate dal contenuto sospetto, alle quali, fortunatamente, non hanno creduto. È capitato, riferisce la Questura, che questi malintenzionati abbiano contattato le loro vittime sulla linea telefonica fissa, spacciandosi per il figlio o nipote, spesso presentandosi anche con il vero nome del congiunto, confondendo il timbro vocale con tosse e pianto, ed abbiano detto di essere risultati positivi al Coronavirus e di avere immediato bisogno di soldi per poter ricevere le cure necessarie.

In questi casi, anche se la vittima in un primo momento non cade nel tranello e riattacca la telefonata, trattandosi di linea telefonica fissa, questa non si interrompe e consente al truffatore che, nel frattempo, è rimasto in linea dall’altra parte, di fingersi, questa volta, operatore delle Forze dell’Ordine e di rispondere alla successiva chiamata della vittima al 112, riuscendo così nell’intento di portare a termine la truffa.

È importante, quindi, in questi casi, chiamare immediatamente il 112 per mettersi in contatto con le forze dell’ordine, ma di farlo possibilmente con un telefono cellulare; evitando quindi di trovarsi a parlare con gli stessi truffatori, ed essere nuovamente raggirati.

Il modus operandi è ormai noto alle Forze dell’Ordine, ma purtroppo trova ancora terreno fertile in categorie di persone vulnerabili, soprattutto negli anziani, che, spesso per paura, finiscono per cedere alle richieste dei truffatori.

È fondamentale condividere queste informazioni con i famigliari, gli amici, o i vicini di casa, e segnalare tempestivamente i casi sospetti alla Polizia.

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Aggredisce la moglie in casa al culmine di una lite

BUSTO ARSIZIO -Nella serata di ieri, 5 ottobre 2020, una volante del Commissariato della Polizia di Stato è intervenuta in un’abitazione in zona Sant’Anna, dove avevano trovato rifugio una madre e la figlia adolescente che, per sfuggire alla furia del marito e padre, avevano chiesto ospitalità ad una parente. La donna presentava il volto tumefatto e accusava un forte dolore, ma riusciva a raccontare agli Agenti di Polizia di essere stata aggredita poco prima dal marito che, al culmine di una lite, avvenuta davanti alla figlia, le aveva sferrato deliberatamente una forte testata al volto.

Motivo scatenante del violento gesto: un rimprovero rivolto all’uomo; trovato dalla moglie sdraiato sul divano e completamente ubriaco, non era andato a prendere la figlia all’uscita da scuola, costringendola a ore di attesa in stazione e poi ad una camminata fino a casa. L’uomo, un italiano di 46 anni, non tollerando di ricevere osservazioni, aveva reagito aggredendo la moglie. Dal racconto della donna è emersa una storia di abusi, prevaricazioni e violenze domestiche, che durerebbe da molti anni, spesso acutizzate dal consumo di alcol da parte dell’uomo.

Anche davanti agli agenti, che la stessa sera hanno accompagnato madre e figlia a casa per recuperare in sicurezza i loro effetti personali, il marito violento non si è astenuto dal tenere un comportamento aggressivo e minaccioso. Gli Agenti della Polizia di Busto Arsizio hanno denunciato l’uomo, un italiano di 46 anni, per maltrattamenti contro familiari e, con l’autorizzazione del PM di turno, la Dott.ssa Francesca Parola, lo hanno allontanato d’urgenza dalla casa familiare, imponendogli il divieto di farvi ritorno.

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Detenzione abusiva di armi a Gallarate: 53enne italiano denunciato

POLIZIA DI STATO , Commissariato di Gallarate – detiene armi e munizioni non indicate in denuncia: nei guai cinquantatreenne italiano di Gallarate.

Nel corso dei periodici monitoraggi sulle armi detenute dai cittadini residenti nel territorio di competenza, i Poliziotti del Commissariato di P.S. di Gallarate hanno proceduto ieri, 5 ottobre 2020, ad una verifica a carico di un gallaratese di 53 anni, titolare di regolare autorizzazione a detenere armi presso il proprio domicilio. In casa, però, oltre alle armi autorizzate, gli operanti hanno rinvenuto un pugnale con lama lunga 17 cm e quasi 250 cartucce calibro 22, materiale che non risultava inserito nella licenza di detenzione. L’uomo è stato quindi denunciato in stato di libertà per detenzione abusiva di armi e deposito di materiale esplodente senza licenza dell’autorità, come da articoli 697 e 678 del Codice Penale. In considerazione dell’abuso dell’autorizzazione di cui è beneficiario, al titolare sono state cautelarmente ritirate tutte le armi ai sensi dell’articolo 38 del TULPS.

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Immigrazione clandestina: quando Stato e mafia sono grandi alleati!

Un ampio focus per capire quanto la problematica dell’immigrazione non sia un problema, ma una volontà.

Inquadrare la località

Vittoria. Una cittadina senza Sindaco ne giunta, commissariata per mafia, di circa 60.000 abitanti, di cui un quarto immigrati; la maggior parte con permesso di soggiorno provvisorio. Legalità ed illegalità coesistono da sempre, come in un abbraccio indissolubile; una cittadina in cui tutto è in sul filo del rasoio: tra ciò che la legge permette e ciò che vieta. Dove l’acqua corrente, ancora oggi, nelle abitazioni di alcuni quartieri è una cosa sconosciuta; grandi serbatoi dovrebbero essere riempiti dai camion cisterna comunali, ma che non vedendosi mai, costringono i cittadini, dallo spirito aperto e disponibile verso i turisti, a comprare l’acqua da società private. Il tutto contornato da aride campagne, uliveti e fichi d’india; muretti a secco e casolari di pietre chiare, per lo più abbandonati e decadenti. L’arrivo dei migranti, qui a Vittoria, non è un fenomeno recente; i primi sbarchi iniziarono negli anni ’80. Oggi però, sta diventando una vera e propria piaga sociale.

Hotspot

I migranti salvati in mare, o che riescono ad arrivare sulle coste siciliane, vengono portati negli hotspot: strutture allestite a partire dal 2015, per volere dell’Unione Europea, finalizzate alla rapida identificazione e registrazione. La più vicina struttura di questo tipo, una delle più grandi d’Italia, è sorta nella zona portuale di Pozzallo. Gestita direttamente dalla prefettura di Ragusa, i migranti, che spesso tentano la fuga prima del riconoscimento, sono controllati e sorvegliati dalle forze dell’ordine, prima di essere trasferiti in un centro d’accoglienza.

I tentativi di fuga

Molti si chiederanno perché i migranti che vengono salvati e condotti in un hotspot tentino la fuga. Una domanda più che lecita considerato che godono di assistenza medica e di prima necessità. La risposta sta nelle leggi internazionali: una volta registrati in Italia, non possono più richiedere “asilo” o “status di rifugiato” in altri Stati. La maggior parte dei migranti in Italia sarebbe solo di passaggio; vorrebbero infatti raggiungere la Francia e la Germania, dove in molti hanno parenti o amici. I tentativi di fuga sono quindi spesso finalizzati al ricongiungimento.

Perché non consegnare gli immigrati ad altri Stati europei?

La risposta è molto semplice: il binomio Stato-mafia, che in Italia non è mai stato sconfitto. I migranti, il più delle volte, sono una triplice fonte di guadagno una volta assegnati ai campi di accoglienza: grandi fondi statali per il loro mantenimento, caporalato e manodopera, se così possiamo chiamarla, per la gestione di spaccio e prostituzione. Queste sono le principali attività che lo Stato ben conosce e permette qui a Vittoria e nei Comuni limitrofi.

Campi d’accoglienza: più migranti, più soldi per la mafia

Prendiamo in esame un campo d’accoglienza tra i più grandi di Vittoria: capienza massima 120 ospiti. In base ai bandi di concorso, lo Stato versa alla società cooperativa che gestisce la struttura una media di 30 euro giornalieri per ogni “ospite” registrato, in altre parole 108.000 euro al mese, di cui solo 8.000 vengono distribuiti tra gli immigrati (70 ero al mese ciascuno).

Per il mantenimento di una vecchia cascina con una quindicina di alloggi per famiglie, un dormitorio maschile, servizi, cucina, refettorio e qualche dipende, servono davvero 100.000 euro al mese? Oppure lo stato versa in modo “pulito” soldi alla mafia?

Considerato che la spesa per mantenere un hotel di buon livello, con una capacità di 100 posti letto, non supera i 40.000 euro al mese, la risposta pare abbastanza ovvia. Purtroppo i coordinatori delle cooperative, generalmente onlus, che gestiscono questi campi e lottano per una corretta regolamentazione dell’immigrazione, sono abbandonati a loro stessi nella lotta alla mafia, e spesso devono “sottomettersi” alle decisioni dei clan mafiosi; aggressioni e minacce di morte non mancano infatti tra i metodi coercitivi.

Permanenza in un campo d’accoglienza: burocrazia e delinquenza

Lo Stato-mafia che governa l’Italia ha trovato ovviamente il modo per mantenere i campi d’accoglienza costantemente pieni di “ospiti” e crearne sempre di nuovi: la burocrazia. La permanenza media in un campo di accoglienza, dovrebbe essere di qualche mese, ovvero, il tempo di accettazione o rifiuto del singolo migrante sul territorio italiano da parte dell’autorità competente. Ma la realtà è ben diversa.

Quasi nessun migrante viene accettato con lo stato di “rifugiato” o in “asilo”, ma nemmeno viene rimpatriato a differenza di quanto falsamente viene spesso detto da politici ed importanti TG nazionali. Tramite avvocati d’ufficio ha così inizio la trafila burocratica dei ricorsi: primo, secondo e terzo grado, portando la permanenza dei migranti presso le strutture d’accoglienza da pochi mesi e diversi anni.

Molti degli “ospiti” del campo di Vittoria si trovano qui da più di 5 anni, con permessi di soggiorno provvisori costantemente rinnovati. Alcuni di questi lavorano nelle serre o nelle piantagioni fuori dal centro abitato, spesso attraverso il ben diffuso caporalato. Altri, visti i maggiori introiti, nonché il tacito benestare delle Forze dell’Ordine e della prefettura, si dedicano allo spaccio ed alla gestione della prostituzione nel centro cittadino; non è infatti difficile vedere nelle piazze principali, come piazza Manin, immigrati occupati nelle trattative di vendita della droga, ed agenti della Polizia Locale che, facendo finta di non vedere nulla, proseguono nell’attività di controllo dei tagliandi di pagamento delle auto in sosta, lasciando la delinquenza indisturbata.

Andrà quindi sempre peggio?

Sicuramente non sarà la casta politica italiana a risolvere questa situazione; qualsiasi partito risulta verosimilmente corrotto e colluso. L’unica salvezza sarebbe un cambio di mentalità, ed una forte presa di posizione per cambiare le leggi europee sulla distribuzione dei migranti tra gli Stati membri. Solo quando gli italiani riusciranno a sradicare la mafia dallo Stato le problematiche potranno essere risolte.

I magistrati Falcone e Borsellino si rivolterebbero nella tomba sentendo la dichiarazione di un cittadino vittoriese: “purtroppo Falcone e Borsellino hanno agito in tempi sbagliati, quando la gente appoggiava la mafia: i siciliani vedevano i mafiosi come dei Robin Hood per il popolo. Ora però la mafia è “cambiata”, agisce per arricchirsi, non per aiutare gli isolani”. Questa semplice ammissione potrebbe essere un punto di partenza per cambiare mentalità, eliminare la mafia e risolvere buona parte dei problemi del bel Paese.

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“Test rapidi” poco affidabili: troppi falsi negativi!

Arriva l’autunno e con le prime influenze sarà panico: i test rapidi saranno solo un placebo.

Nell’ultimo mese, alcune regioni italiane stanno facendo un ampio ricorso ai cosiddetti “test rapidi” per individuare potenziali contagiati al nuovo Coronavirus, soprattutto negli aeroporti, per il controllo dei passeggeri di ritorno da Paesi come Spagna e Grecia.

Questi test però, a differenza dei tamponi molecolari di cui sentiamo parlare quasi ogni giorno da ormai sette mesi, hanno un’affidabilità limitata.

Facciamo chiarezza e confrontiamo i test: quali sono, come vengono eseguiti e la loro affidabilità.

Quali test esistono e le loro differenze

Quando si sente parlare di “test” per il nuovo Sars-CoV-2, si fa riferimento a tre strumenti diversi:

il primo è quello del tampone faringeo o naso-faringeo, meglio conosciuto come tampone molecolare o Pcr (Polymerase Chain Reaction, nome della tecnica di rilevamento utilizzata). Permette di diagnosticare con una probabilità di errore dall’1 al 4% un’infezione in atto. Ricerca l’Rna virale del nuovo Coronavirus, dato che ne esistono 7 differenti tra loro, ma il procedimento di analisi può durare da diverse ore ad alcuni giorni;

il secondo tipo di test è il comunemente chiamato “sierologico”, e viene effettuato attraverso il sangue. Serve a individuare la presenza nel liquido plasmatico degli anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta all’infezione da Sars-CoV-2. Bisogna sottolineare però che un test sierologico di per sé non è sufficiente per diagnosticare un’infezione in atto: se si risulta positivi al sierologico, serve comunque un tampone molecolare per confermare la positività al nuovo Coronavirus. I casi di falsi negativi sono molto comuni; come dimostrato dai test sierologici “made in china”, ritirati dal mercato spagnolo, che hanno prodotto un risultato del 70% di falsi negativi;

come terza tipologia ci sono i test antigenici. Conosciuti anche con il nome di “test rapidi”. Sono sempre effettuati con un tampone faringeo o naso-faringeo, ma il campione raccolto viene analizzato con una tecnica completamente differente rispetto alla Pcr. Danno risultati in un periodo di tempo molto breve (anche in pochi minuti), ma sono di gran lunga meno affidabili rispetto a quelli molecolari. Un aspetto sicuramente di non di secondaria importanza nel contenimento di un’epidemia. Non consideriamo i test salivari che sono ancora in fase di studio e scarsamente utilizzati.

Misurare l’affidabilità dei test: sensibilità e specificità

L’affidabilità dei test, che siano molecolari, sierologici o antigenici, si misura in percentuale in considerazione alla sensibilità ed alla specificità.

La sensibilità corrisponde alla proporzione di positivi al Sars-CoV-2 identificati correttamente in quanto tali: più è alta è la percentuale di sensibilità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi negativi. Ovviamente il falso negativo è una persona che secondo il test non è infetta, ma che in realtà lo è.

La specificità invece corrisponde alla proporzione di negativi che sono correttamente identificati come negativi al virus: più è alta la specificità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi positivi. In altre parole l’opposto di un falso negativo: persone che secondo il test sono contagiate, quando in realtà non lo sono.

Quanto sono affidabili i test?

Secondo le evidenze scientifiche più recenti, i tamponi molecolari, ovvero trattati con tecnica di rilevamento RT Prc, sono i test considerati più affidabili, con sensibilità e specificità del 95% (fonte Unipd).

I test antigenici, o “test rapidi”, come dice già il nome, si pongono come priorità la velocità di diagnostica e non l’affidabilità. Hanno una sensibilità ridotta del 65% e una specificità del 90% (fonte CerTest Biotec).

L’affidabilità dei test sierologici, invece, varia molto a seconda del numero di giorni che sono trascorsi dal momento dell’infezione; più giorni passano più i sierologici sono affidabili. La percentuale è quindi molto variabile.

La grande problematica dell’uso dei test rapidi

Il potenziale problema dei “test rapidi” sorge dal momento che il governo italiano ha deciso di autorizzarli, per aumentare la capacità delle autorità sanitarie regionali di individuare i nuovi casi di Sars-CoV-2.

Appena iniziato l’autunno, con i primi raffreddori e sintomi influenzali, sembra evidente che sarà necessario eseguire molti più test rispetto ai centomila giornalieri eseguiti nelle ultime settimane.

Saranno i test rapidi, con la loro scarsa sensibilità a proteggerci dalla potenziale seconda ondata? Sembrerebbe proprio di sì. Saranno utilizzati per il controllo delle persone che entrano nel nostro Paese da zone a rischio Covid attraverso porti ed aeroporti, nelle scuole, negli uffici pubblici e forse anche nelle grandi aziende per il controllo del personale.

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Giardini Estensi di Varese: rincorre nudo due concittadine

Giovane afgano si rende colpevole di atti osceni, ubriachezza molesta e resistenza a Pubblico Ufficiale

VARESE – nel corso del pomeriggio di ieri, 23 settembre 2020, è stato fermato dagli Agenti della Polizia della Questura di Varese un giovane di origini afgane, in quanto, non solo girava seminudo, con i pantaloni abbassati, all’interno dei Giardini Estensi, ma si è messo a seguire due giovanissime concittadine. Al termine degli accertamenti di rito l’uomo è stato deferito all’Autorità Giudiziaria in stato di libertà per i reati di atti osceni in luoghi abitualmente frequentati da minori e resistenza a Pubblico Ufficiale. Inoltre è stato sanzionato amministrativamente per ubriachezza molesta e gli è stato notificato il provvedimento del DASPO urbano.

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Modifica costituzionale approvata! Risparmio dubbio, ma certa la minor rappresentanza

L’entrata in vigore della nuova legge, il possibile Brescellum e il confronto con l’Europa: l’importante è risparmiare un euro e pochi centesimi.

Il referendum confermativo del 20 e 21 settembre, cha ha visto alle urne il 53,8% degli aventi diritto, ha confermato la modifica della Costituzione Italiana. Il 69,64% dei votanti si è espresso in modo favorevole alla riforma, che dovrebbe ridurre i costi del Parlamento riducendo però il numero dei rappresentanti dei cittadini.
In cosa consiste la riforma lo sappiamo: si riduce il numero dei deputati, che dagli attuali 630 passano a 400, ed il numero dei senatori, dagli attuali 315 diventano 200.

Ma quando entrerà in vigore?

La legge approvata attraverso il referendum confermativo, che dunque non necessitava di alcun quorum, è già in vigore, ma produrrà i suoi effetti a partire da 60 giorni dalla sua entrata in vigore.

Se per ipotesi si andasse a votare per eleggere il nuovo governo entro novembre, i cittadini sarebbero chiamati ad eleggere sempre 945 parlamentari. Ma ciò difficilmente potrà succedere, in quanto, prima che agli italiani sia concesso di tornare ad esprimersi, dovrà essere approvata la nuova legge elettorale, in modo che sia compatibile con il taglio dei parlamentari.

Nessun senatore o deputato che sarà giudicato “di troppo” perderà il posto di lavoro in questi giorni. I risultati della riforma si potranno vedere solo dopo le prossime elezioni politiche.

Nuova legge elettorale? D’obbligo il condizionale per il Brescellum

Stando agli ultimi accordi raggiunti dalle forze politiche, che però in Italia si sa, possono cambiare nel tempo di un aperitivo, la nuova legge, soprannominata Brescellum (dal propositore grillino Giuseppe Brescia), dovrebbe essere ispirata dal modello tedesco.

Nel dettaglio il Brescellum, è un sistema di voto totalmente proporzionale. Con il condizionale obbligatorio, dovrebbe essere basata su quattro punti cardine: abolizione dei collegi uninominali, soglia di sbarramento nazionale fissata al 5%, impianto proporzionale e diritto di tribuna.

Non si escludono però modifiche dell’ultimo momento: i renziani e la sinistra spingono, infatti, per un abbassamento della soglia di sbarramento almeno al 4% (attualmente è in vigore al 3%); mentre il Movimento 5 Stelle vorrebbe introdurre le preferenze per quanto riguarda le liste.

La struttura di Camera e Senato dovrebbe invece restare invariata, vale a dire che dovrebbe rimanere stabile il bicameralismo “perfetto”, a meno che tra una cena e un aperitivo politico, non intervengano ulteriori riforme costituzionali.

Il confronto tra Italia e resto d’Europa

Camera e Senato saranno ridimensionate del 36,5%. Andranno a casa, o meglio ad occupare altre cariche e funzioni pubbliche, 315 parlamentari. Se oggi abbiamo un deputato ogni 96 mila abitanti, alle prossime elezioni ne avremo uno ogni 151 mila. Quanto ai senatori, se oggi ne abbiamo uno per ogni 188 mila abitanti, in seguito sarà solo uno ogni 302 mila.

Forse non molti tra i 17 milioni di italiani che si sono espressi favorevoli alla riforma sanno che, l’Italia, con la nuova legge appena approvata approvata, sarà la nazione europea con la più bassa rappresentanza parlamentare, seconda sola alla Germania.

Un risparmio di milioni di euro?

Uno dei punti chiave per cui molti hanno deciso di approvare la riforma: il risparmio. Ma quanto si va a risparmiare rinunciando a circa un terzo dei nostri rappresentanti?

Anche Paperon de’ Paperoni della Disney, che tutti conoscono per la sua avidità, si sarebbe accorto che il risparmio non è proporzionale alla rappresentatività che ci siamo negati. Ogni italiano risparmierà infatti ben 1 euro e 55 centesimi all’anno.

Come? Così poco? Purtroppo si. Mediamente si calcola una spesa di 19 mila euro al mese, per ciascun deputato, e tra i 20 e i 21 mila euro al mese per ciascun senatore, inclusi i rimborsi. Quindi si arriverebbe ad un risparmio di circa 53 milioni di euro dalla Camera e di 29 milioni di euro dal Senato, almeno in teoria, ma in pratica c’è da tener conto di un altro dettaglio: parte di questi soldi torna nelle Casse dello Stato sotto forma di tasse. Il risparmio netto sarebbe quindi di circa 64 milioni di euro l’anno.

A questo punto aggiungiamo a questa cifra le “spese generali” che verrebbero tagliate, come gestione degli uffici, dalla cancelleria, i telefoni ecc.. che per eccesso quantifichiamo in altri 30 milioni di euro.

Calcolatrice alla mano, spalmando i 93 milioni di euro su 60 milioni di cittadini italiani, troviamo il grande risparmio annuo per ogni cittadino: l’euro e mezzo che anche Zio Paperone avrebbe speso per essere giustamente rappresentato.

“Una giusta economia non dimentica mai che non sempre si può risparmiare: chi vuole risparmiare sempre è perduto, anche moralmente”

Theodor Fontane

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