#ioapro il 15 gennaio! Un’inevitabile protesta di bar e ristoranti contro i DPCM

Nata attraverso il tam tam sui social network, #ioapro è una protesta nazionale, da parte degli esercenti, soprattutto proprietari di bar e ristoranti, che partirà da venerdì 15 gennaio

Se da un lato, secondo i numeri pubblicati, la pandemia di Covid-19 in Italia non accenna a rallentare, dall’altra molte attività economiche rischiano la chiusura e la fame. Un Governo che continua a promettere, ma che all’effettivo non aiuta. Decine di migliaia le attività che non riapriranno, che hanno già restituito le chiavi degli immobili locati, o che hanno dichiarato fallimento. In questo clima di incertezza e disperazione nasce il movimento di disubbidienza civile #ioapro.

Una situazione comune a molti esercenti

Diego Fierro, è un imprenditore e Coordinatore Regionale del Trentino Alto Adige di Autonomi e Partite Iva. La sua vita l’ha trascorsa lavorando in hotel, ristoranti e bar. All’inizio della sua carriera lavorativa era un dipendente come molti altri, per poi prendere una decisione: inoltrarsi nel mondo dell’imprenditoria tra mille sacrifici e mille indecisioni.
Fino a qualche mese fa, due strutture da gestire; una molto grande, con 400 posti letto, ed un rifugio più piccolo: composto da bar, ristorante e 14 camere.

Con l’arrivo della pandemia, e le relative restrizioni, la struttura più grande ha dovuto lasciarla, mentre il rifugio risulta momentaneamente chiuso; le continue indecisioni di questo Governo non consentono di lavorare! Oltre a lui ed alla sua famiglia, tra entrambe le strutture, si parla di molti dipendenti: 20 stagionali, ora tutti disoccupati e senza sussidi.

“L’unico aiuto che ho ricevuto – dice Fierro – è stato un prestito di 20 mila euro, che andrà comunque restituito, più un piccolo aiuto dalla regione, ma parliamo di una piccola cifra. Faccio presente che dallo Stato non ho ricevuto nessuno aiuto, nemmeno i ristori”.

Non è negazionismo, ma necessità di lavorare

L’opinione pubblica è divisa. Vuoi per bandiera politica o per il terrorismo mediatico di un intero anno, la spaccatura è netta: tutti chiusi in casa (si possono benissimo evitare bar, ristoranti, cinema, ecc..) oppure negazionisti.

Dov’è finita la razionalità? Nessuno nega l’esistenza del Virus, ma nemmeno si può pensare che tutto sia superfluo; sicuramente non lo è per gli esercenti, per i loro dipendenti e per tutto l’indotto. Lo stesso Governo, nei primi DPCM, aveva imposto agli esercenti misure di contenimento del Sars-Cov-2 per poter lavorare. “Ci siamo adeguati e a spese nostre. Soluzioni idroalcoliche, pannelli, disinfettanti, nebulizzatori, ecc. – spiega Fierro – Abbiamo speso un sacco di soldi per metterci a norma, per non contare la paura ed il pericolo della gestione dei nostri dipendenti, corsi su corsi per una gestione che si è dimostrata poi inutile“.

Paura del virus e delle sanzioni

Credo che il Covid esista e sia pericoloso – continua Fierro – ma credo anche che oggi sia gestito in maniera completamente differente dalla prima ondata. Resta un pericolo reale, ma c’è più consapevolezza nell’affrontarlo, ed è proprio per questa ragione che non sono d’accordo sulle decisioni restrittive di questo Governo”.

La disubbidienza proposta da #ioapro, non è un’inosservanza negazionista di ogni regola anti-Covid. Distanziamento sociale, mascherine e soluzioni disinfettanti non sono in dubbio, ed è previsto il “conto sul tavolo” per le ore 21.45, in modo da rispettare il coprifuoco imposto per le 22.

Le sanzioni poco preoccupano a chi non ha quasi più nulla da perdere e rischia il fallimento della sua attività. Ormai la situazione è tragica, e la scelta di aderire a questa iniziativa è, per molti, come un “all in” in una partita a poker quasi persa. Importante sottolineare che molti studi legali italiani hanno deciso di supportare questa protesta, fornendo gratuitamente supporto legale ad esercenti e clienti: alla probabilità di vedersi notificare una sanzione, si contrappone la certezza di poter fare ricorso gratuitamente, seguiti da un professionista.

#ioapro, anche se non avrò clienti

Sicuramente, ne sono consapevoli gli esercenti, non sarà facile lavorare dal 15 gennaio in poi, andando contro al DPCM in vigore. Nessuna certezza sulla presenza di clienti, ma ciò che conta è dare un segnale forte al Governo.

“Non ha importanza se avrò o meno gente, ma io aprirò perché è arrivato il momento di una disubbidienza civile. Il lavoro è un diritto, e dato che lo stato mi chiede di pagare le tasse, nonostante non abbia incassato un euro, è ora di dire basta” conclude Fierro.

Per molti, aprire o stare chiusi, cambia poco a livello di costi. Soprattutto nelle piccole attività, o a gestione familiare, sono le spese fisse a mettere in ginocchio. Molti esercenti, proprio a dimostrazione che #ioapro è un simbolo di protesta, non presenteranno nemmeno il conto ai loro clienti, ma batteranno lo scontrino fiscale solamente delle donazioni ricevute dagli stessi. Un’offerta libera insomma, credendo ancora nel grande senso civico degli italiani.

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Pandemia e matematica: l’importanza di studiare di più le materie scientifiche

La pandemia non rallenta, ma ci fa render conto di quanto sia importante conoscere l’informatica, e soprattutto la matematica!

Il 2020 sicuramente è stato un anno difficile, ed ugualmente è iniziato il 2021. Al reale problema della pandemia di Covid-19, si sommano allarmismo mediatico e fake news. Moltissimi i numeri ed i grafici che compaiono sugli schermi di TV e smartphone ogni giorno: indici Rt, tasso di mortalità e grafici di curve pandemiche. Ma quanti sono in grado di comprendere quali dati siano veri e quali falsi? Qui entra in gioco una basilare conoscenza della matematica.

Indice Rt e matematica

Passate le vacanze di Natale, Capodanno ed Epifania, tutti devono tornare a fare i conti con le zone colorate dettate da CTS e Governo: gialla, arancione e rossa. Quotidianamente ai TG e sui giornali si parla di indice Rt, ma cosa esprime questo numero?

Ogni epidemia, o pandemia, può essere descritta attraverso un numero, chiamato Rt. Si tratta di un parametro statistico che esprime, in media, quante persone vengono infettate da un individuo contagioso. Le misure che vengono adottate dal Governo, su indicazione del CTS, dovrebbero infatti essere improntate all’abbattimento di questo valore. Un indice Rt in calo, è sinonimo di una pandemia che rallenta la sua corsa.

Attenzione però, è solo un indice matematico statistico e calcolato in media. Se, per esempio, l’indice Rt è uguale a 1, non significa che ogni contagioso infetta un altro individuo. Quest’individuo potrebbe contagiare decine di persone se non presta attenzione alle norme anti-contagio, ma allo stesso modo, decine di individui contagiosi, prestando accortezza, potrebbero non infettare nessun altro.

Tasso di mortalità e di letalità: come calcolarli per non credere alle fake news?

Nessuno, se non in pochi, negano l’esistenza della pandemia di Covid-19, ma molti si lasciano terrorizzare dalle fake news, soprattutto sui social network. Tutti diventano infatti esperti matematici e statisti, proponendo le loro percentuali, anche sui tassi di mortalità da Covid, senza pensare agli effetti allarmisti e psicologici che suscitano i loro errati calcoli.

Come capire se il dato che state leggendo sul tasso di mortalità o letalità è corretto? Anche qui, alla base di tutto, la matematica! Il tasso di mortalità è semplicemente il rapporto tra il numero dei morti e l’intera popolazione, ovviamente nello stesso arco temporale, la letalità viene invece calcolata relazionando i decessi ai positivi.

Ad esempio per calcolare il tasso di mortalità da Covid in Italia, dobbiamo conoscere il numero di decessi Covid totali (78.394) e quanti abitanti ha l’Italia (60.317.000), successivamente fare un semplice calcolo percentuale. Così conosceremo il tasso di mortalità che è pari allo 0,13%.

Allo stesso modo, per calcolare il tasso di letalità, basterà conoscere il numero dei morti (sempre 78.394) ed il numero totale di chi è risultato positivo (2.257.966 da inizio pandemia). In questo caso, dividendo il primo valore per il secondo, e moltiplicando per cento, otterremo che il tasso di letalità ad oggi è del 3,47%.

Perchè studiare la matematica?

Ovviamente questi sono calcoli di base, portati solo come esempio per far riflettere sull’importanze delle materie scientifiche, e soprattutto della matematica. Senza dover eccellere, permette infatti di capire meglio tutto quello che ci circonda. Riconoscere una fake news o di capire la meglio la gravità di una situazione come quella che stiamo vivendo.

Recentemente, Il prof Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo del Cnr ha dichiarato riguardo proprio la matematica: “Nelle reti social, nella finanza, nelle carte di credito, nel tom tom,… È sotto i nostri occhi continuamente e ci aiuta a vivere meglio. Quello che possiamo fare verso di lei per ‘sdebitarci’ è darci la possibilità di studiarla, di provare a capirla. Certo, non è un percorso facile: i giovani sono abituati al tutto e subito, vogliono intraprendere una strada che li porti verso un lavoro nel più breve tempo possibile e non penso impazziscano all’idea di restare ore a pensare e a riflettere su un problema. Però è questa la matematica: è come un’ascesa faticosa di un monte, ma la vista, una volta arrivati in cima, è meravigliosa”.

Le materie scientifiche alla base delle professioni di domani

Non serve essere degli scienziati per capire che le professioni cambiano nel tempo, assecondando le nuove esigenze della società. Alcune figure professionali inevitabilmente stanno sparendo, altre invece sono nate e si impongono sempre di più per colmare le richieste del mercato.

Negli ultimi 10 mesi, è stato impossibile non notare per esempio lo sviluppo del commercio online. Proprio uno studio di Unioncamere e Anpal, con l’obiettivo di prevedere la situazione lavorativa, partendo dal 2019 per arrivare al 2023, ha previsto un notevole incremento di “nuovi” profili professionali. Manager di E-commerce, social media manager ed esperti di cybersecurity, saranno tra le figure professionali più richieste nei prossimi anni. Ovviamente saranno necessarie competenze specifiche di matematica ed informatica, oltre ad una conoscenza ampia e trasversale.

Questa pandemia, che ha chiuso molti giovani e giovanissimi tra le mura domestiche, potrebbe quindi essere un punto di svolta. Le materie scientifiche, soprattutto basate su matematica e informatica, a cui la maggior parte dei giovani non ha potuto rinunciare in questi mesi, saranno alla base delle figure professionali dei prossimi anni.

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Istat ha pubblicato i dati dell’ultimo censimento 2018-2019: vediamo la situazione dei Borghi più belli d’Italia

La pandemia non ha certamente fermato il lavoro dell’Istat, che ha infatti pubblicato, il 15 dicembre scorso, molteplici dati che fotografano l’Italia dal punto di vista statistico. Un lavoro certosino reso possibile anche grazie all’utilizzo dei censimenti permanenti, che ha riguardato anche i Borghi più belli d’Italia.

Con il nuovo sistema di censimento in modalità online, attivo dal 2018, sono cadute in disuso le vecchie schede cartacee, a vantaggio di una frequenza maggiore con cui vengono raccolti i dati: annuale, biennale o triennale. Inoltre, i censimenti Istat non coinvolgono più direttamente l’intera popolazione, allungando i tempi di studio e rappresentazione grafica dei dati raccolti, ma attraverso campionature di fasce precise di popolazione. L’ultima rilevazione, ovvero quella del 2019, ha interessato circa 1,4 milioni di famiglie, integrando i dati raccolti con quelli forniti dalle fonti amministrative.

Quanti sono i Borghi più belli d’Italia? In quanti ci abitano?

“Borghi più belli d’Italia” è il nome di un progetto nato per riunire quei comuni, o frazioni di comuni, rilevanti per il loro profilo storico, culturale o artistico, che rischiano il completo abbandono da parte della propria popolazione. Nel 2019 erano 307, tutti selezionati da parte dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Secondo i dati Istat, tutti insieme contavano ben 1,3 milioni di abitanti, di cui il 93% italiani e il 7% stranieri.

Dove sono situati?

La regione Marche è quella che ha il numero maggiore di Borghi, tra quelli inclusi nel progetto, ben 28; nessuno invece appartiene alla Val d’Aosta. Località fantastiche, ma che sarebbe impossibile elencare tutte in un articolo. Degni di nota, e sicuramente di essere visitati, i Comuni finalisti del contest “Borgo dei Borghi 2019”: Bobbio della provincia di Piacenza (vincitore), Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa (seconda), Rotondella in provincia di Matera (terza) e Laigueglia in provincia di Savona (quarto posto).

Nel settembre 2020, come segno di ripresa culturale e turistica, i 307 Borghi più belli d’Italia sono stati i protagonisti del progetto “Una boccata d’arte”. Nello stesso anno, non ancora censiti da Istat, si sono inoltre aggiunti all’elenco: Tropea (Calabria), Monteleone d’Orvieto (Umbria), Bassano in Taverina (Lazio) e Monte Sant’Angelo (Puglia).

Un calo di residenti e lo spopolamento di questi borghi: gli stranieri come risorsa

Purtroppo le grandi città tendono ad essere sempre più affollate, e i piccoli comuni a spopolarsi. Solo 12 tra i Borghi più belli d’Italia possono definirsi in “crescita sistematica”, ovvero che continuano negli anni ad aumentare la loro popolazione. In totale si registra infatti un calo di 185.000 residenti. A venire in aiuto dei borghi è l’aumento della popolazione straniera: tra 2001 e 2019 la componente straniera ha permesso a molti di questi comuni di accrescere il proprio numero di abitanti. La popolazione italiana nei borghi, infatti, è diminuita di circa 50.000 unità; quella straniera è però aumentata di quasi 63.000.

I comuni più grandi, secondo Istat, esercitano sempre un’attrazione maggiore. La componente straniera dei borghi medio-piccoli (tra 5.000 e 10.000 abitanti) è aumentata, secondo lo stesso principio, in misura maggiore rispetto a quella dei borghi piccolissimi (tra 1.000 e 2.000 abitanti).

La popolazione straniera, anche nei Borghi, abbassa l’età media, portando ad un aumento della componente in età da lavoro ed in età feconda. Confrontando i dati Istat del censimento 2019 con quelli del 2011, è possibile constatare un aumento sia della popolazione giovanissima (da 0 a 9 anni) che degli adulti tra i 25 e i 34 anni.

Un esempio per il Bel Paese

“I Borghi più belli d’Italia anche se spesso distanti geograficamente tra loro rappresentano una realtà interessante dal punto di vista storico, artistico e naturale e alcuni di essi sono riusciti ad invertire lo spopolamento per aver accolto flussi immigratori dall’estero. A questi contesti dinamici dal punto di vista demografico se si associa la valorizzazione della dotazione naturale, storica, paesaggistica e ambientale si determinano le condizioni favorevoli per lo sviluppo e il benessere e, in quanto tali, possono essere considerate delle best practice di riferimento per l’intero Paese conclude Istat nella sua relazione.

Scopri di più sui Borghi più belli d’Italia sul sito officiale dell’Istat

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Il Calendario delle restrizioni del “DPCM Natale”

Il nuovo DPCM Natale: districarsi con le restrizioni a giorni alterni

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il nuovo Dpcm Natale, che ci imporrà nuove pesanti restrizioni durante le feste, per evitare, secondo gli esperti, la terza ondata di Coronavirus. Il Governo ha previsto una serie di restrizioni e deroghe a giorni alterni: attenzione al calendario per evitare sanzioni.

19-20 dicembre: ultimo weekend di pseudo normalità

Oggi e domani saranno gli ultimi giorni per spostarsi liberamente da una regione gialla all’altra. I più rigoristi, che chiedevano di anticipare una maxi zona rossa su tutta l’Italia, non sono stati ascoltati, nonostante la grande preoccupazione per gli assembramenti su treni ed aerei in partenza dal Nord verso il Sud. I negozi rimarranno aperti fino alle 21.00 (con rigide misure anti-assembramento). Bar e i ristoranti abbasseranno le saracinesche alle 18, mentre l’asporto sarà consentito fino alle 22.00. Resta valido il coprifuoco alle 22.00 alle 5.00: per muoversi durante questa fascia oraria bisognerà avere un valido motivo di lavoro, necessità o urgenza.

21-23 dicembre: vietati spostamenti tra regioni; ultimi giorni di shopping

Da lunedì saranno vietati gli spostamenti da una regione all’altra senza uno degli ormai noti validi motivi: lavoro, necessità o salute. Sarà comunque possibile rientrare alla propria residenza, domicilio o abitazione, e raggiungere una seconda casa all’interno della propria regione. Il 21, 22 e 23 dicembre saranno gli ultimi tre giorni per lo shopping natalizio: negozi aperti fino alle 21 con orario continuato, sempre con misure anti-assembramento; ristoranti aperti a pranzo (tavoli con non più di quattro persone) e al bar fino alle 18.00. Il coprifuoco notturno sarà sempre in vigore dalle 22.00 alle 5.00 del mattino.

24-27 dicembre: tutta l’Italia in lockdown

In questi giorni l’Italia sarà completamente in zona rossa: un vero e proprio lockdown. Aperti solo i servizi considerati di prima necessità: alimentari, farmacie, tabaccai, edicole e librerie. Vietati tutti gli spostamenti, anche all’interno del proprio comune, se non per motivi di necessità, lavoro o urgenza. Pranzi o cene di Natale: consentiti con il nucleo convivente allargato a non più di due congiunti stretti: genitori anziani o figli o partner fissi (figli sotto i 14 anni, persone non autosufficienti e disabili non rientreranno nel conteggio). Consentita l’attività motoria nei pressi della propria abitazione.

28-30 dicembre: si allenta la stretta natalizia

Passato bene Natale e Santo Stefano? Il Governo allenterà la stretta. Da lunedì 28 a mercoledì 30 dicembre riapriranno i negozi fino alle 21, ma bar e ristoranti saranno chiusi, consentito solo il servizio d’asporto. Tornerà il coprifuoco notturno dalle 22.00 alle 5.00 e rimarrà il divieto di spostamento tra regioni. Sarà consentito muoversi liberamente all’interno del proprio Comune o tra Comuni con meno di 5.000 abitanti con un tragitto massimo di 30km.

31 dicembre-3 gennaio: di nuovo tutti in casa

Con l’obiettivo di impedire i veglioni e gli assembramenti di fine anno e pranzi in famiglia, sarà di nuovo lockdown totale. Vietati gli spostamenti anche all’interno del proprio Comune. Chiusi sia i negozi (eccetto generi di prima necessità) sia bar e ristoranti. Cenone in hotel? No; negli alberghi sarà possibile cenare solamente in camera. Non si potrà uscire da casa, se non per le ormai note esigenze di lavoro, necessità o urgenza. Quattro giorni di lockdown totale che dovrebbero fermare chi aveva già in mente di aggirare il coprifuoco passando tutta la notte dell’ultimo giorno dell’anno in una casa di amici o parenti.

4 gennaio: un giorno arancione a sé stante

Scampato il pericolo di Capodanno, il Governo consente un’intera giornata per riprendersi dalle restrizioni. L’Italia tornerà in una sorta di zona arancione. Aperti i negozi, ma restano chiusi bar e ristoranti. Saranno consentiti gli spostamenti solo all’interno del proprio Comune, o tra Comuni limitrofi con meno di 5.000 abitanti (sempre con il vincolo dei 30 km). Il coprifuoco notturno sarà sempre in vigore dalle 22.00 alle 5.00.

5-6 gennaio: la Befana si tinge di rosso

Nuovamente tutti in zona rossa. Vietati gli spostamenti anche all’interno del proprio Comune; locali e negozi chiusi, ad esclusione dei generi di prima necessità. Come per il giorni di Natale e Santo Stefano sarà consentito il pranzo dell’Epifania con il nucleo di conviventi allargato: massimo due persone (esclusi dal conteggio: figli under 14, persone non autosufficienti e disabili). In serata però bisognerà preparare gli zaini per la scuola: dal 7 gennaio ritorno a scuola in presenza oltre il 75 per cento per licei e scuole superiori.

Eventuali sanzioni?

Avete intenzione di violare il DPCM? Sappiate che infrangere le norme del “Decreto Natale” approvato ieri sera dal Consiglio dei Ministri prevede sanzioni amministrative che potrebbero rovinarvi le feste: da 400 a 3.000 Euro. Inoltre, se il mancato rispetto delle norme avviene mediante l’utilizzo di un veicolo, le sanzioni sono aumentate fino a un terzo.

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Influenza stagionale alle porte: il sesso può prevenire e curare in modo naturale!

Il sesso, secondo la scienza, può prevenire e curare molte malattie. Anche durante la pandemia, fare l’amore può avere diversi aspetti benefici per l’organismo.

La stagione invernale è alle porte, e con lei anche il malanno più classico: l’influenza. Sarà un inverno particolarmente difficile: i sintomi di una normale influenza potranno confondersi con quelli del Covid-19. In molte zone d’Italia sembra non siano sufficienti i vaccini anti-influenzali acquistati, ma fortunatamente c’è un rimedio molto più piacevole rispetto ai farmaci: il sesso.

Il sesso rafforza il sistema immunitario

È risaputo che l’attività sessuale è utile per combatte lo stress ed aumentare l’autostima, ma pochi sanno che una vita sessuale regolare fa sviluppare anticorpi naturali: immunoglobulina A.

Secondo uno studio della Wilkes-Barre University in Pennsylvania chi fa sesso regolarmente, almeno una o due volte alla settimana, gode di un surplus (+ 30%) di immunoglobulina A (IgA). Un sistema immunitario forte riduce ovviamente il rischio di contrarre malattie, soprattutto nelle loro forme più acute.

Il sesso: un cura naturale contro influenza e raffreddore

Un recente studio condotto in Svizzera da Manfred Schedlowski, ricercatore presso l’istituto di Psicologia Medica, ha dimostrato che si può rimanere in casa per curarsi dal raffreddore e dall’influenza stagionale praticando una piacevole attività. Fare sesso, risulterebbe, contro l’influenza, molto più benefico che prendere un’Aspirina. Proprio così! Fare l’amore durante il periodo influenzale aiuterebbe a guarire in modo naturale.

Lo scienziato ha analizzato un gruppo di coppie con raffreddore ed influenza. Il test ha mostrato che l’attività sessuale, durante lo stato febbrile, ha ridotto i sintomi del 60% ed aumentato la produzione di linfociti T.

Sesso e Covid-19: meglio astenersi?

Fare sesso è ovviamente sconsigliato in caso di contagio, nel periodo di quarantena e nel sospetto di malattia, ma non c’è nessun motivo per limitarsi nelle attività sessuali in coppie presumibilmente sane e che non presentano segni di contagio; consapevoli che l’infezione può decorrere per alcuni giorni senza dare alcun segno.

Un consiglio di alcuni medici è di evitare le posizioni che comportano vicinanza del volto dei partner e, sempre se desiderato, indossare una mascherina. La mascherina non è pericolosa, anzi c’è chi la indossa durante i rapporti intimi come “gioco sessuale”. Non ci sono evidenze scientifiche sulla trasmissione del virus attraverso rapporti orali, anali o vaginali.

Nel caso in cui uno dei partner dovesse manifestare i sintomi dell’infezione da coronavirus, o risultare positivo, sarebbe corretto astenersi dai rapporti sessuali per almeno trenta giorni.

Avere rapporti sessuali con partner stabili anche durante la pandemia non è quindi una cattiva idea. Si alzeranno sicuramente le difese immunitarie e sarà più piacevole combattere ansia, stress e lockdown.

Attività sessuale e problemi di cuore vanno d’accordo?

Emanuelle Jannini, andrologo e professore ordinario di Endocrinologia e Sessuologia Medica all’Università Tor Vergata di Roma ha affermato: L’attività sessuale è consigliata a chiunque non soffra di gravi cardiopatie: se una persona può fare due rampe di scale, allora può fare anche sesso; anzi, dovrebbe farlo più spesso perché è terapeutico”.

Fondazione Veronesi appoggia uno studio pubblicato sull’American Journal of Cardiology: gli uomini con una vita sessuale regolare hanno fino al 45% in meno di probabilità di avere un disturbo cardiaco. L’American Heart Association rassicura che è raro che un attacco di cuore si verifichi durante un rapporto sessuale, soprattutto se il disturbo cardiaco è ormai stabilizzato.

A parte gravi cardiopatie, per cui si consiglia di interpellare il proprio medico, il sesso è quindi un toccasana per il corpo umano, anche contro influenza, raffreddore e Covid-19.

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Tempo di regali: perché comprare nei piccoli negozi?

Comprendere i vantaggi di comprare nei piccoli negozi per salvare l’economia.

Il commercio negli ultimi anni è cambiato moltissimo, rispecchiando l’evoluzione delle dinamiche sociali. Soprattutto dopo la crisi economica iniziata nel 2008, sono state completamente stravolte le abitudini con cui i consumatori acquistano nelle botteghe.

Ultimamente i vari DPCM ci stanno portando a spostarci sempre meno dalle nostre abitazioni. Comprare nei piccoli negozi, ancora presenti nei nostri paesi o città, porta però a numerosi vantaggi che abbiamo spesso sottovalutato.

I vantaggi per il consumatore

Qualità del prodotto

Acquistare nei negozi di vicinato, permette al consumatore di poter usufruire di servizi e prodotti di maggior qualità.
Il negozio di vicinato generalmente si rifornisce da produttori locali, alimentando il cosiddetto Made in Italy, famoso in tutto il mondo per le sue eccellenze. La grande distribuzione (GDO) opta invece per una scelta differente: prodotti provenienti da ogni parte del mondo, con l’obiettivo di abbassare i costi a discapito della qualità.

Varietà di prodotto

La GDO ha la tendenza di appiattire l’offerta di prodotti, al fine di essere competitiva principalmente sul prezzo. Un fruttivendolo di quartiere, o un macellaio, ci permette di trovare prodotti con delle specifiche e delle varietà totalmente differenti rispetto a un grande centro commerciale.
Queste differenze si notano maggiormente nel settore alimentare, ma anche in molti altri settori si può notare questa logica.

Servizio personalizzato

Le piccole attività locali, grazie alla loro dimensione ridotta, hanno modo di seguire con più attenzione il cliente. Molto spesso il commesso è anche il proprietario dell’attività, con un’esperienza decennale nel settore.
Poter farsi consigliare da persone esperte, qualificate e che amano il loro lavoro, è forse uno dei maggiori vantaggi per il consumatore.
Da non sottovalutare la possibilità di creare un rapporto più umano tra consumatore e commerciante, che generalmente porta a prezzi scontati o flessibili.

Vantaggi per l’economia

Capacità di adattamento

I negozi di vicinato hanno una capacità di adattamento maggiore rispetto ai centri commerciali. Questo sembrerà sicuramente strano, visti i numerosi negozi che negli anni, e soprattutto negli ultimi mesi, hanno abbassato la saracinesca per sempre. Però rispetto al commercio all’ingrosso, sono in grado, secondo stime Istat, di perdere fino al 1,65% in meno di posti di lavoro in tempi di crisi. Inoltre hanno riprese economiche più rapide non appena la domanda di acquisto torna a crescere.

Essere piccoli non è uno svantaggio, anzi, il più delle volte permette azioni di adattamento più rapide rispetto a chi ha una struttura più complessa ed imponente.

una rete di commercio territoriale

Le piccole attività di vicinato hanno la positiva particolarità di collaborare con altre attività presenti sul territorio. Infatti, i piccoli negozi acquistano prodotti da attività che risiedono nelle vicinanze, creando una rete commerciale territoriale. Secondo le ultime stime, i piccoli negozi (media italiana) acquistano oltre il 65% di ciò di cui necessitano presso aziende locali.

La GDO, al contrario, sfrutta economie di scala e logistica, che gli permette di accedere a prodotti provenienti dall’altra parte del mondo, al solo fine, come già accennato, di abbattere drasticamente il prezzo, spesso a discapito della qualità.

Maggiori risorse sul territorio

Le piccole attività, che abbiano sede fissa o siano ambulanti, pagano le tasse agli enti locali: per gli immobili posseduti o per l’occupazione di suolo pubblico. Nonché le tasse d’esercizio allo Stato.
Ciò non accade per esempio per gli e-commerce, che nella maggioranza dei casi non dispongono di immobili.
La GDO, invece, spesso detiene la propria liquidità monetaria, e la sede legale, in paradisi fiscali; Paesi differenti da quelli dove produce gli utili.
Da non sottovalutare che dove la presenza di attività locali è maggiore, gli stipendi siano proporzionalmente maggiori, generando minor disoccupazione e diseguaglianze sociali.

Vantaggi sociali

maggiori posti di lavoro

La gestione di un negozio al dettaglio non è semplice, e necessita di grandi sforzi. Per questo motivo i piccoli negozi offrono maggiori opportunità lavorative sul territorio di quante non ne offrano i centri commerciali, o ancor peggio, gli e-commerce.

Uno studio dell’ America Economic Association stima che per ogni 10 milioni di euro di fatturato, il commercio locale offre fino a 47 posti di lavoro, contro i 19 degli e-commerce.

Maggiore sicurezza

I negozi di vicinato possono essere considerati dei veri e propri presidi per le vie dei paesi, delle città e soprattutto per le aree più periferiche.

Ad esempio, a cavallo degli anni ’80 e ’90 la città di New York era una delle città più pericolose al mondo dover passeggiare la sera. Grazie a un sistema di incentivi per mantenere l’illuminazione delle vetrine accese anche nelle ore notturne, il tasso di criminalità è precipitato molto rapidamente.

Punti d’incontro e di aggregazione

Un altro importante vantaggio delle attività di vicinato: i rapporti sociali. Spesso, infatti, i piccoli negozi si trasformano in veri e propri punti di aggregazione, oltre che semplici attività di vendita.
Questo accade soprattutto per chi non è autonomo negli spostamenti: gli anziani e i più giovani. Queste due fasce d’età opposte preferiscono spostamenti brevi e in luoghi facilmente raggiungibili.

Le botteghe ed i piccoli negozi diventano così luoghi dove ci si incontra, si scambiano quattro parole e si mantengono vivi i rapporti interpersonali, anche tra persone di età molto differenti. Quanti nel periodo di lockdown, facendo acquisti nei piccoli negozi, hanno fatto nuove conoscenze di abitanti dello stesso quartiere o dello stesso paese?

Attività culturali e sportive

Le attività di vendita al dettaglio solitamente investono più di altre in eventi organizzati sul territorio.
I piccoli negozi funzionano bene se viene mantenuto stabile un flusso di persone nei centri abitati o nei paesi. Proprio per questo motivo è importante per loro mantenere vivo il senso civico e di aggregazione, anche attraverso l’organizzazione o la sponsorizzazione di eventi.
Sono spesso i piccoli negozi a sponsorizzare gli eventi sportivi dei più giovani, oppure eventi culturali per adulti e anziani.

Vantaggi per l’ambiente

Risparmio energetico

Le botteghe ed i piccoli negozi hanno un minor impatto sull’ambiente di quanto non abbiano i grandi centri commerciali. Ambienti più piccoli da riscaldare e da illuminare corrispondono infatti ad un minor sfruttamento dell’ambiente per produrre energia.

Ecosostenibilità

Risulta ovvio che se i prodotti sono a kilometro zero, o comunque provenienti da filiera corta, abbattono l’inquinamento dovuto al loro trasporto, ed anche il traffico sulle strade ed autostrade.

I prodotti che provengono da altre parti del Mondo, inoltre, hanno bisogno di imballaggi differenti, e spesso non riciclabili. Quante volte ordinando su internet ci si accorge che è più l’imballo della merce?

La speranza è che questo brutto periodo di pandemia possa portare anche qualcosa di positivo: un ritorno al piccolo, al commercio di vicinato.

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La Zona Rossa: cosa si può e cosa non si può fare?

Domande quotidiane che in molti si pongono: le risposte in base al nuovo DPCM in vigore da oggi in Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria.


Il nuovo DPCM, varato nella notte tra il 3 e 4 Novembre, entrerà in vigore oggi, dopo la definizione delle differenti “zone” da parte del Ministro della Sanità Roberto Speranza. Il DPCM sarà efficace fino al 3 dicembre.

Le misure anti-contagio intraprese dovrebbero restare in vigore per due settimane, ovvero fino alla conferma, o modifica, del “coefficiente di rischio” della propria Regione.

Cosa si potrà e non potrà fare in zona rossa da oggi?

Una serie di domande, alcune che potrebbero sembrare banali, ma a cui molti non sanno darsi risposta.

Si può entrare e uscire dalla Regione (zona rossa)?

La norma prevede che ci si possa muovere soltanto per “comprovate esigenze”, per un’emergenza o per motivi di salute, studio e lavoro.

Serve l’autocertificazione?

Sì. Chiunque si sposti all’interno di una “zona rossa” deve portare con sé l’autodichiarazione, opportunamente compilata con l’indicazione dei motivi dello spostamento, il luogo da cui si parte e quello in cui si arriva.

Se dimentico l’autocertificazione o non ho modo di stamparla?

Nessun problema. Le Forze dell’Ordine dislocate sul territorio saranno in grado di fornirne una copia al momento dell’alt, e sarà obbligatorio compilarla.

Sono obbligato a stare nell’abitazione di residenza o domicilio o posso rimanere da un parente?

La norma chiarisce l’obbligo di soggiornare al proprio domicilio di residenza o comunque nella propria dimora abituale.

È consentito trasferirsi in una cosiddetta “seconda” casa?

No, non è consentito.

È possibile uscire dal proprio Comune?

Per i residenti delle zone rosse, è in vigore il divieto di uscire dal proprio Comune di residenza, sia con mezzi di trasporto pubblici che privati, salvo che per «comprovate esigenze» di lavoro, studio e salute.

È possibile uscire per una visita medica (una visita specialistica, una visita dal dentista, un consulto dal medico curante)?

Sì. Il Dpcm consente gli spostamenti per motivi di salute, entro i quali rientrano anche le visite mediche. Ovviamente occorre specificarlo sull’autocertificazione.

Per quali altre ragioni è consentito uscire?

Il Dpcm consente gli spostamenti per comprovate esigenze di lavoro, per motivi di salute e “altri motivi ammessi dalle vigenti normative”. Tra questi ultimi c’è l’approvvigionamento di beni di prima necessità: quindi recarsi a fare la spesa, in farmacia, ad acquistare sigarette, ma anche per far rifornimento di carburante o per l’acquisto di materiale elettronico.

Resta il divieto di uscire dal territorio del Comune di residenza a meno che nel proprio Comune manchi il negozio di beni di prima necessità che interessa. Vale, in ogni caso, la regole del Comune più vicino.

È possibile uscire per una passeggiata?

Sì. Nel DPCM è scritto che l’attività motoria è consentita, fuori dall’orario previsto per il cosiddetto “coprifuoco”, in prossimità della propria abitazione. Deve sempre essere rispettato il distanziamento di almeno un metro da ogni altra persona e l’obbligo di utilizzo di dispostivi di protezione delle vie respiratorie. Per una passeggiata non è necessario avere con sé l’autocertificazione.

Cosa si intende per “in prossimità della propria abitazione”?

Non esiste, per il momento, una quantificazione precisa del concetto di “prossimità” dalla propria abitazione. Dovrebbe valere il buonsenso. Le Forze dell’Ordine valuteranno caso per caso.

È ancora previsto il “coprifuoco”?

Sì. Il “coprifuoco” entra in vigore alle 22 e si protrae fino alle 5 del giorno successivo.

Si può portare a spasso il cane?

Sì. È consentito con mascherina e fuori dagli orari previsti per il “coprifuoco”, senza autocertificazione e sempre in prossimità della propria abitazione.

È permesso accompagnare i figli a scuola, anche se la scuola si trova in un altro Comune?

Sì. Sono consentiti gli spostamenti necessari a garantire la didattica in presenza laddove autorizzata.

Quali scuole saranno chiuse e quali aperte?

Sono chiuse tutte le superiori, i licei, gli istituti tecnici, le scuole di formazione professionale. Si fa ricorso alla cosiddetta “didattica a distanza”.

Rimarranno aperti gli asili nido, le scuole materne, le scuole primarie (elementari) e le classi prime delle secondarie di primo grado (medie).

In caso di genitori o parenti anziani. È possibile portare loro la spesa? E più in generale, è possibile andare a trovarli, anche se risiedono in un altro Comune?

Sì, è consentito. Si tratta di un’evenienza che rientra nelle “comprovate esigenze”, a maggior ragione nel caso di parenti stretti in parte o del tutto non autosufficienti.

Affetti stabili. È possibile andare a trovare il/la fidanzato/a?

No. In base a una prima interpretazione del DPCM, in attesa di ulteriori chiarimenti, sembra che questa possibilità sia esclusa. Non è escluso che nelle prossime ore vengano chiariti meglio gli aspetti legati agli “affetti stabili”.

È possibile andare al bar o al ristorante?

Il decreto sospende l’attività di tutti i servizi di ristorazione, ivi compresi pub, pasticcerie, bar e gelaterie. Consentito l’asporto.

È possibile ordinare cibo da asporto?

L’attività di ristorazione da asporto è sempre autorizzata, fino alle 22.00. Vietato consumare sul posto o nelle adiacenze.

Pizza da asporto: è possibile recarsi nella pizzeria di fiducia, se fuori dal Comune di residenza?

No. È consentito uscire dal proprio Comune soltanto se nel proprio Comune non vi sia una pizzeria da asporto. In ogni caso occorre servirsi presso quella più vicina al proprio domicilio.

È possibile andare per negozi?

Sono chiusi tutti i negozi ad eccezione di alimentari, farmacie, parafarmacie, tabaccai, edicole e negozi che vendono generi considerati “di prima necessità”.

Quali sono i negozi aperti, quindi considerati “di prima necessità”?

Per generi di prima necessità si intendono: generi alimentari; carburante; materiale elettronico; ricariche e schede telefoniche; fioristi, librerie, articoli medicali e ortopedici; materiali per la cura degli animali; combustibile per uso domestico e per riscaldamento; prodotti per la cura della casa e della persona.

È possibile andare al centro commerciale?

Nelle zone rosse i centri commerciali saranno chiusi, con la sola eccezione degli esercizi diretti alla vendita di soli generi alimentari, e di farmacie, parafarmacie, tabaccai, edicole.

È possibile andare dal barbiere o dal parrucchiere?

Sì. Barbieri e parrucchieri resteranno aperti.

È possibile andare dal parrucchiere/barbiere di fiducia anche se si trova in un Comune diverso da quello di residenza?

No, non è consentito. È possibile uscire dal territorio del proprio Comune di residenza soltanto nei casi in cui nel proprio Comune di residenza non eserciti alcun parrucchiere. In ogni caso è permesso raggiungere solo il parrucchiere/barbiere più vicino al proprio domicilio.

È possibile servirsi presso un supermercato in un Comune diverso da quello di residenza?

No. È possibile uscire dal territorio del proprio Comune di residenza soltanto nei casi in cui nel proprio Comune di residenza non siano presenti supermercati.

La ragione del DPCM è quella di limitare al massimo gli spostamenti non necessari. Pertanto sarò consentito di raggiungere l’attività disponibile più vicina a casa.

È possibile andare dall’estetista?

No, il decreto impone la chiusura di tutti i centri estetici.

È possibile svolgere attività sportiva all’aria aperta?

È consentito svolgere attività sportiva e motoria all’aperto ed in forma individuale. Non vige la regola della “prossimità” alla propria abitazione, ma non sarà consentito lasciare il Comune di residenza/domicilio.

È possibile svolgere attività sportiva in una palestra o in un centro sportivo all’aria aperta?

No. Il DPCM prevede la chiusura sia delle palestre sia dell’attività dei centri sportivi all’aperto.

Durante l’attività sportiva è obbligatorio indossare la mascherina?

No. Chi pratica attività sportiva non è obbligato a indossare la mascherina fintanto che gli sia possibile rispettare il distanziamento di almeno un metro.

È possibile andare al cinema o a teatro?

No, i cinema ed i teatri sono chiusi.

È possibile andare a Messa?

Sì. Sarò consentito andare a messa, fermi restando l’obbligo di utilizzo della mascherina e del distanziamento. La norma vale per qualunque altro luogo di culto.

È possibile andare all’estero?

È consentito espatriare per esigenze lavorative, esigenze di assoluta urgenza, esigenze di salute, esigenze di studio o per rientrare presso il proprio domicilio.

Scarica in PDF il nuovo DPCM del 3 Novebre 2020 e gli allegati.

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Italia divisa in tre zone di rischio. In base a cosa?

21 indicatori assegnano il coefficiente di rischio alle Regioni

Il nuovo DPCM, il 23esimo del 2020, varato nella notte tra il 3 e 4 novembre, l’Italia è stata divisa in tre zone: Rozza, Arancione e Gialla. Ad ogni zona corrispondono quindi delle restrizioni mirate per il contenimento della crescente curva pandemica di Sars-Cov-2.

Come sono differenziate le zone di rischio?

Le zone, non modificabili per almeno due settimane, ricalcano perfettamente la geografia politica delle Regioni italiane. Il colore, e quindi il “coefficiente di rischio” attribuito ad ogni Regione, si ottiene confrontando 21 indicatori stabiliti dal provvedimento emanato il 30 aprile scorso dal Ministero della Salute.

Ad oggi, le Regioni in zona rossa, quelle con maggiori restrizioni, sono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Calabria. Nella fascia intermedia, zona arancione, sono state inserite Puglia e Sicilia. Tutte le altre, con restrizioni più lievi, fanno parte della zona gialla.

Quali sono i 21 indicatori?

Gli indicatori del “coefficiente di rischio” sono divisi in tre macro-categorie:

  • capacità di monitoraggio
  • capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti
  • risultati relativi a stabilità di trasmissione a alla tenuta dei servizi sanitari
Capacità di monitoraggio
  1. Numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi/totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  2. Numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) in cui è indicata la data di ricovero/totale di casi con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  3. Numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento/ricovero in reparto di terapia intensiva (TI) in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Tl/totale di casi con storia di trasferimento/ricovero in terapia intensiva notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  4. Numero di casi notificati per mese in cui è riportato il comune di domicilio o residenza/totale di casi notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  5. Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie (opzionale).
  6. Numero di strutture residenziali sociosanitarie rispondenti alla checklist settimanalmente con almeno una criticità riscontrata (opzionale).
Accertamento, indagine e gestione contatti
  1. Percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, PS/Ospedale, altro) per mese.
  2. Tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi.
  3. Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento (opzionale).
  4. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracìng.
  5. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento.
  6. Numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata ima regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati.
Sensibilità di trasmissione e tenuta del sistema sanitario
  1. Numero di casi riportati alla Protezione Civile negli ultimi 14 giorni.
  2. Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data di ospedalizzazione).
  3. Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella COVID-net per settimana (opzionale).
  4. Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata COVID-19 per giorno.
  5. Numero di nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito).
  6. Numero di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note.
  7. Numero di accessi al PS con classificazione ICD-9 compatibile con quadri sindromici riconducibili a COVID-19 (opzionale).
  8. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19.
  9. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19

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Fontana ordina il coprifuoco in Lombardia: dannoso per l’economia e probabilmente inutile

Dopo l’ok del Ministro Speranza si attende l’ordinanza: coprifuoco dalle 23 alle 5, didattica a distanza nelle scuole secondarie e chiusi i centri commerciali non alimentari nei weekend.

La Regione Lombardia, con l’Ok del Ministro Speranza e dei sindaci dei capoluoghi di Regione, è al lavoro per varare nelle prossime ora la nuova “ordinanza coprifuoco” per cercare di contrastare l’aggravarsi della pandemia.

Il coprifuoco dalle 23 alle 5

Regione Lombardia ha chiesto al governo Conte, nella persona del Ministro della Salute, Roberto Speranza, ed ottenuto parere positivo, per lo stop di tutte le attività e degli spostamenti, ad esclusione dei casi di comprovata necessità, o per motivi di salute e di lavoro, nell’intera Lombardia dalle ore 23 alle 5 del mattino a partire da giovedì 22 ottobre.

La proposta è stata avanzata al Governo dai i Sindaci dei Comuni capoluogo di Regione, insieme al presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Mauro Guerra, ai capigruppo di maggioranza e di opposizione e al governatore Attilio Fontana.

“Credo sia opportuno prendere un’iniziativa come questa che è simbolicamente molto importante ma non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi, senza però lasciare che la situazione peggiori. Ho sempre sostenuto che l’Italia non si può permettere un lockdown, dal punto di vista economico ma anche psicologico. Dobbiamo evitarlo, dobbiamo trovare la strada migliore per evitarlo”.

Attilio Fontana, Quarta Repubblica su Rete4 il 19 ottobre 2020

Bar, ristoranti e sale giochi

L’ordinanza prevede la chiusura dalle 23 di tutte le attività. Nei bar e ristoranti le consumazioni saranno consentite dopo le 18 solo al tavolo. Sono anche chiusi dalle 18 alle 6 del mattino i distributori automatici di alimenti e bevande posti sulle pubbliche vie.

Chiuse in tutta la Regione le sale scommesse, sale giochi e le sale bingo. Vietato l’uso delle slot machines nei bar e in qualsiasi altro esercizio pubblico.

Didattica a distanza

Regione Lombardia ha deciso anche l’alternarsi tra distanza e presenza delle attività didattiche per tutte le scuole secondarie di secondo grado e le istituzioni formative professionali di secondo grado. Raccomandazione alle università di attivare la didattica a distanza appena possibile.

Mezzi di trasporto

Secondo le prime indiscrezioni, come di consuetudine, ci saranno adeguate norme stringenti per le società di trasporto private, ma nessuna stretta sui trasporti pubblici, se non lo scaglionamento degli ingressi a scuola. In tutta la Regione i pendolari potranno continuare ad ammassarsi su pullman, metro e tram, l’importante è che siano ben stipati per raggiungere il posto di lavoro o la scuola, ma che non facciano acquisti nei weekend.

Metropolitana di Milano

Fontana ha fatto bene i calcoli?

Sicuramente conoscerà i numeri in ascesa dei nuovi positivi, ieri 1687, di cui il 90-95% asintomatici e poco infettivi, ma sicuramente parla a sproposito dichiarando che la nuova ordinanza “non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi”.

Secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano è emerso che la Lombardia si classifica al primo posto in Italia per numero di imprese ristorative: 22,000 ristoranti e 26,000 bar. Come potrebbero sopravvivere queste imprese, già molto compromesse dal primo lockdown, con le nuove restrizioni e senza concreti aiuti economici dal Governo?

Non dimentichiamo che Fontana, ancora indagato dalla Procura di Milano, si è interessato al fatturato di Dama spa, per la fornitura di mezzo milione di euro di camici, in quanto di proprietà del cognato Andrea Dini e di sua moglie Roberta Dini; ma non si interessa anche alle altre aziende presenti sul territorio? Secondo Unioncamere, infatti, il 1° trimestre del 2020 ha già visto chiudere oltre 20.000 attività, e nel 2° trimestre ne sono state chiuse altre 9.880. Quante ne chiuderanno ancora?

Perché non usare il modello Stoccolma?

A Stoccolma, come in tutta la Svezia, la strategia di non attuare alcun lockdown ha funzionato. Sotto la guida dell’epidemiologo Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di Sanità Pubblica svedese, la Svezia, ha semplicemente puntato sul buonsenso e su un minimo distanziamento sociale, una sorta di immunità di gregge, senza distruggere la propria economia e mettendo in ginocchio i propri cittadini.

Mettendo i dati svedesi a confronto con quelli italiani, possiamo notare che l’assenza di restrizioni ha generato meno morti: 61 morti ogni 100.000 abitanti in italia, contro i 57 morti, sempre ogni 100.000 abitanti, in Svezia.

Dal punto di vista economico, la Svezia, seppur in sofferenza, secondo le stime della Commissione Europea perderà il 5,3% del proprio Pil. L’Italia, devastata da lockdown e restrizioni, perderà, secondo le stime dal 10,2 al 12,4% del suo Pil.

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Italia pronta a fallire: in arrivo coprifuoco serale e chiusure settoriali.

Oltre al coprifuoco notturno e le chiusure di migliaia di attività, avanza anche l’ipotesi di didattica a distanza per le scuole superiori.

Governo e Ministero della Salute stanno studiando un nuovo giro di vite per arginare i numeri in crescita dell’emergenza Coronavirus. In accordo con le regioni potrebbero essere istituiti dei lockdown regionali, direttamente dai governatori. Al momento le misure al vaglio sono: coprifuoco dalle 22; chiusura di palestre, parrucchieri, barbieri, centri estetici, cinema e teatri; didattica a distanza per le scuole superiori.

Quanto sono realmente preoccupanti i numeri dei contagi?

I dati ufficiali di ieri, 15 ottobre 2020, mostrano una netta crescita di positivi: 8.804, di cui il 95% asintomatici e con ridotta carica virale, a fronte del record di 162.932 tamponi. In aumento anche i ricoveri ospedalieri, che però, come conferma Giorgio Palù, past president delle Società Italiana ed Europea di Virologia, rappresentano il 6% dei positivi. Da considerare, inoltre, che molti dei ricoverati sono soggetti paucisintomatici, e per molti altri si tratta di ricoveri sociali: persone anziane e sole. Questi dati evidenziano ancora una volta che la situazione è ben differente da quella dei mesi di marzo ed aprile. Crescono i contagi all’aumentare del numero dei tamponi, è logico, ma la letalità del Covid-19 è stabile, tra i positivi, tra lo 0,3 e lo 0,4%.

Quanto interessa al Governo il pensiero del Comitato Tecnico Scientifico?

Da un lato il Governo Conte già prevede misure più drastiche per il contenimento del virus, dopo aver varato l’ennesimo DPCM appena due giorni fa’. Dall’altro, Agostino Miozzo, coordinatore del CTS, dichiara: “Il Cts non sta facendo alcun pressing sul governo. Stiamo pensando di convocare una riunione del Cts nelle prossime ore, ma nessuno ci ha chiesto nulla, né noi abbiamo chiesto nulla“.
Sebbene sia innegabile che nelle scorse ore, ambienti vicini al Comitato, avevano comunicato che sarebbero serviti provvedimenti più restrittivi per far fronte all’incremento dei contagi, risulta assurdo che un Governo (composto da avvocati, ex bibitari, ex comici, ex disoccupati cronici, ecc), dopo aver appena prorogato lo stato d’emergenza sanitaria, si arroghi il diritto, senza il parere di un comitato di esperti, di decidere per il futuro di un’intera nazione.

Il rischio del fallimento sociale

Secondo uno studio del Sole24Ore condotto su un campione di 3,4 milioni di persone a livello mondiale, e pubblicato il 25 Giugno 2020, è emerso che la solitudine fa aumentare il rischio di morte precoce del 26%, l’isolamento sociale del 29%, e vivere soli del 32%. Certamente la ricerca sugli effetti dell’isolamento sociale legati alla mortalità erano a lungo termine, tuttavia, l’angoscia significativa causata da queste pratiche di isolamento (didattica a distanza, chiusura di luoghi d’aggregazione, ecc) portano ad effetti negativi sul benessere e sulla salute mentale di ogni individuo: soprattutto in termini di disturbi alimentari, di alcolismo e di gioco d’azzardo telematico.

Il sicuro fallimento economico

Un virus con una letalità minore dello 0,001% a livello nazionale (fonte: epicentro.iss.it), in concomitanza con un Governo, molto probabilmente di incapaci, che prende decisioni spesso contrarie al Comitato Tecnico Scientifico, non potrà che portare i cittadini alla fame, ed alla “guerra dei poveri”.

Secondo l’Istat, l’impatto della crisi Covid-19 determina seri rischi per la sopravvivenza del 38,8% delle imprese italiane. Una catastrofe economico-sociale che farebbe perdere il posto di lavoro a circa 3,6 milioni di italiani.

Probabilmente, ma non sicuramente, barricandosi in casa ed interrompendo qualsiasi rapporto sociale non contrarranno il Coronavirus, ma certamente il loro problema sarà pagare il mutuo della casa in cui vivono, fare la spesa, e sostenere le spese di primaria necessità.

Se gli italiani non tornano a mangiare ai ristoranti, forse non si ammalano, ma i ristoranti chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno dal parrucchiere o dal barbiere, forse non si ammalano, ma i saloni chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno al cinema o a teatro, forse non si ammalano, ma i cinema ed i teatri chiudono e lasciano a casa il personale.

Forse chiudere tutto, anche a fasce orarie, potrebbe essere una delle soluzioni per difenderci da un virus ormai poco letale, ma sicuramente è la scelta migliore per mettere in ginocchio milioni di italiani.

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Smaltimento mascherine e DPI: evitare un disastro ecologico

Guida allo smaltimento dei Dispositivi di Protezione Individuale, per non passare da un’emergenza sanitaria ad un disastro ecologico.

Abbandonate per strada migliaia e migliaia di mascherine, guanti gettati via dopo il loro utilizzo, senza nessuna cura per il benessere del nostro pianeta e per la sicurezza altrui: lo smaltimento dei DPI dovrebbe essere una questione importante per tutti. Sono purtroppo moltissimi gli episodi di dispersione nell’ambiente di guanti e mascherine verificatisi negli ultimi mesi. La riapertura dei luoghi di lavoro e delle scuole, in combinazione con l’obbligo delle mascherine, deve andare di pari passo con una maggior sensibilità verso l’ambiente. Un disinteresse verso il giusto smaltimento dei DPI potrebbe portare dall’emergenza sanitaria a un disastro ecologico.

Coronavirus e superfici

Tutti i virus al di fuori della cellula umana vengono sconfitti facilmente. Il Sars-CoV-2 sembrerebbe molto sensibile alla luce del sole e ai disinfettanti a base di cloro. Ormai è noto, a livello teorico, che il Coronavirus sopravvive da pochi minuti a qualche giorno al di fuori del corpo umano.

Senza sole e in presenza di materiale biologico il virus sopravvive più a lungo; esposto ai raggi UV o in zone sanificate resiste invece molto poco. Questi sono fattori molto importanti, sicuramente da tenere in considerazione, anche per la gestione dei rifiuti.

All’Istituto Superiore di Sanità è attivo un gruppo di lavoro per capire se i rifiuti possano rappresentare un reale veicolo di trasmissione, ma ad oggi non è ancora noto il tempo di sopravvivenza del virus sulle superfici dei rifiuti domestici.

I rischi dell’abbandono dei DPI

Esiste un duplice rischio: sanitario e ambientale. Rifiuti potenzialmente infetti, che andrebbero dunque smaltiti nell’indifferenziata, potrebbero entrare in contatto con chiunque. Il virus, plausibilmente ancora presente sulle superfici dei DPI, potrebbe infettare un nuovo “ospite” e far quindi aumentare il numero dei positivi.

Il danno ambientale è invece molto più reale e chiaramente visibile. La quasi totalità dei dispositivi abbandonati sono realizzati in fibre di polipropilene o poliestere, ovvero plastica, oppure in nitrile, lattice, Pvc o altri materiali sintetici. Tutti prodotti che abbandonati sui marciapiedi, nei parcheggi e ai bordi delle strade, alle prime piogge rischiano di finire nei tombini, andando direttamente a inquinare fiumi, laghi e mari. Da sottolineare, oltre la tossicità dei materiali per l’ambente, il rischio reale che molti animali selvatici possano morire: ingerendo o rimanendo impigliati nei nostri DPI.

Richard Thompson, professore di biologia marina dell’Università di Plymouth, che ha coniato il termine “microplastica” nel 2004, ha dichiarato: “I governi chiedono a ogni cittadino di indossare una mascherina, ma questo non deve significare creare rifiuti. Manca una riflessione su ciò che accadrà a questi oggetti alla fine del loro ciclo di vita. Se questi prodotti vengono utilizzati per strada, dobbiamo insegnare alle persone come smaltirli”.

Il corretto smaltimento di guanti e mascherine

Le linee guida dell’ISS nell’ultimo rapporto sono chiare. Se appartengono a persone non positive, bisogna trattare i DPI come rifiuti normali, quindi smaltirli negli appositi contenitori per l’indifferenziata, ma con un accorgimento: chiuderli a loro volta in un sacchetto, in modo che non possano entrare in contatto con gli operatori ecologici durante il rituro dell’immondizia. Dove si fa la raccolta differenziata non c’è motivo di sospenderla.

Se i DPI appartengono a persone positive, o sottoposte a quarantena, devono essere utilizzati almeno due sacchetti l’uno dentro l’altro o in numero maggiore se poco resistenti. La raccolta differenziata dev’essere sospesa e tutti i rifiuti prodotti devono essere smaltiti come materiale non riciclabile, ovvero indifferenziato. Utile l’utilizzo di un contenitore a pedale, in modo da evitare il contatto con materiale infetto. I sacchi contenenti i DPI vanno chiusi utilizzando guanti monouso e non vanno schiacciati. Il corretto smaltimento sarebbe giornaliero, secondo le procedure in vigore nel proprio Comune di residenza, considerandoli sempre rifiuti indifferenziati.

In entrambi i casi, conferma l’ISS, lo smaltimento finale dei DPI sarà effettuato attraverso inceneritori e termovalorizzatori. In questo modo il virus, eventualmente presente nei rifiuti domestici, sarà completamente distrutto e si limiteranno il più possibile i danni all’ambiente.

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Nuovo Decreto Legge: l’illegalità della mascherina

Sono trascorsi diversi mesi dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, eppure il virus non cessa di essere il protagonista indiscusso dei nostri pensieri e delle diatribe medico-politiche.

Uno degli argomenti su cui quasi chiunque ha espresso almeno una volta il proprio parere è: la questione delle mascherine. Quali usare, quando usarle, a chi farle indossare, dove indossarla e perché.

Ebbene, senza voler scendere nel merito della reale efficacia di questi dispositivi, la cui valutazione è opportuno lasciarla alle menti scientifiche, anche se spesso contrastanti; rivolgiamo l’attenzione su uno scenario che è rimasto in secondo piano: i regolamenti regionali e ministeriali che impongono ai cittadini di indossare le mascherine sono legittimi?

L’obbligo di indossare le mascherine: inizio dell’emergenza pandemica

Inizialmente, l’obbligo di indossare le mascherine non si è articolato in modo uniforme sul territorio. Tale obbligatorietà è stata prevista in modo “trasversale”, ovvero solo per determinate fasce di popolazione (i sanitari, gli esercenti commerciali dei beni di prima necessità come alimentari, farmacie etc.) e solo a livello regionale.
Quindi, obbligatorie solo per alcuni e, comunque, non dappertutto.

La Lombardia è stata la prima ad emettere un’ordinanza con cui ha imposto l’obbligo a chiunque esca di casa di coprire naso e bocca, possibilmente con una mascherina o, in mancanza, impiegando una sciarpa o un foulard (Ordinanza n. 521 del 4/4/2020).
Hanno seguito a ruota, sempre nel mese di aprile, la Valle d’Aosta, stabilendo l’obbligo di indossare mascherina e guanti, non solo per gli esercenti commerciali, ma anche per chi andava a fare la spesa. Ugualmente ha disposto il Veneto. Piemonte e Toscana avevano comunicato che avrebbero reso obbligatorio l’uso della mascherina per tutti, ma solo dopo aver provveduto a distribuirne gratuitamente una gran quantità alla popolazione.

Infine, con il DPCM del 26 aprile, finalizzato ad accompagnare l’Italia nella soprannominata “FASE 2”, l’obbligo è stato introdotto e regolamentato sull’intero territorio nazionale.

Oggi, 8 ottobre 2020, con la pubblicazione e l’entrata in vigore del nuovo Decreto Legge, la mascherina diventa un obbligo per tutti i cittadini al di fuori delle proprie case. Esclusi solamente i bambini, coloro che fanno sport e quelli con patologie che non consentono l’uso di tale protezione.

La normativa di carattere penale attualmente vigente

In questo periodo di Governo del buon avvocato Conte, c’è un elemento che pare essere stato completamente dimenticato: il precetto penale.
Nell’ordinamento italiano infatti esistono ancora delle norme, di carattere penale, che vietano di comparire mascherati in un luogo pubblico.

In particolare, sono due le norme fondamentali che impongono tale restrizione:

  • la prima – l’art. 85 del Testo Unico di legge sulla Pubblica Sicurezza (R.D. n. 773 del 18 giugno 1931), che così recita: “E’ vietato comparire mascherato in luogo pubblico. Il contravventore è punito con l’ammenda da L. 100 a 1000. È vietato l’uso della maschera nei teatri e negli altri luoghi aperti al pubblico, tranne nelle epoche e con l’osservanza delle condizioni che possono essere stabilite dall’autorità locale di pubblica sicurezza con apposito manifesto. Il contravventore e chi, invitato, non si tolga la maschera, è punito con l’ammenda da L. 100 a 1000”.
  • la seconda – l’art. 5 della Legge n. 152 del 22 maggio 1975: “E’ vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. ((Nei casi di cui al primo periodo del comma precedente, il)) contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. ((Qualora il fatto è commesso in occasione delle manifestazioni previste dal primo comma, il contravventore è punito con l’arresto da due a tre anni e con l’ammenda da 2.000 a 6.000 euro.)) Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza“.

Dalla lettura di queste disposizioni sorgono due importanti interrogativi: cosa vuol dire “mascherati” e quali sono i “giustificati motivi”?

Il Coronavirus è realmente un “giustificato motivo”?

Il presupposto è ora chiaro: esistono due norme di rilevanza penale che impongono di non comparire in luogo pubblico mascherati, o con altri mezzi che rendano difficile il riconoscimento, se non per giustificato motivo. Opportuno chiedersi se effettivamente le ragioni che stanno alla base dell’obbligo imposto siano valutabili come un “giusto motivo”, tale da scriminare questo comportamento che, altrimenti, avrebbe indubbiamente rilevanza penale.

Fatto pacifico, e non contestabile, è che il virus si trasmetta tramite un contatto stretto con una persona infetta. Lo stesso Ministero della Salute, Roberto Speranza, nella pagina Web appositamente dedicata a fornire chiarimenti sulla natura del Covid-19, scrive: “Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette”.

Il Coronavirus, quindi, non aleggia libero nell’aria rendendola infetta. A riprova di ciò, ad oggi, non ci sono protocolli sanitari che chiariscano come l’uso delle mascherine in luoghi aperti, non affollati, con il mantenimento del distanziamento sociale, sia funzionale a prevenire la diffusione del contagio di Coronavirus.


Indossare la mascherina in luoghi aperti, quindi, non essendoci evidenze scientifiche di alcun tipo, non può essere in alcun modo un “giustificato motivo” per coprire il volto.

Cittadini e Pubblici Ufficiali commettono reati

Considerato che indossare le mascherine per prevenire o limitare la diffusione del virus, soprattutto all’aperto, non costituisce un giustificato motivo, va da sé che tale comportamento sia penalmente rilevante ai sensi degli articoli prima citati (art. 5, L. 152/75, e art. 85 R.D. 773/1931).

Eppure, basta affacciarsi alla finestra di casa per rendersi conto di quanti cittadini, certamente convinti di fare una cosa buona e giusta, circolinoi nelle pubbliche vie, anche da soli, indossando una mascherina.

La domanda, alla luce di ciò, diventa: per quale motivo nessun Pubblico Ufficiale in servizio, che rileva la presenza di persone dotate di mascherine in luogo pubblico, non ha mai segnalato all’Autorità Giudiziaria tali notizie di reato, rendendosi a sua volta passibile del reato di “Omessa denuncia di reato da parte del Pubblico Ufficiale“?

La risposta è molto banale: un’abrogazione implicita, ed illegale, sia dell’art. 85 del Testo Unico di legge sulla Pubblica Sicurezza, sia dell’art. 5 della Legge n. 152 del 22 maggio 1975

Se non fosse così, non ci si spiega come nessuno sia mai intervenuto a sanzionare tali comportamenti penalmente rilevanti.

Giuseppe Conte istiga a delinquere

Ma non è tutto. Sempre considerato che circolare per le pubbliche vie con il volto coperto e non riconoscibile sia penalmente rilevante, se non vi sia stata un’abrogazione implicita ed illegittima dei precetti penali che lo sanzionano, si potrebbe affermare che il nuovo Decreto Legge, che impone di andare in giro indossando la mascherina, di fatto stiano invitando la popolazione a tenere un comportamento contra legem.

Il Governo, in particolare l’avvocato Conte, che ben dovrebbe conoscere la legge, anche per via del suo titolo di studio, sarebbe penalmente perseguibile per il reato di “Istigazione a delinquere”; l’art. 414, comma primo, Codice Penale, infatti recita: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione”.

Obbligatorietà dell’azione: R.I.P. in Italia

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione, che in Italia risulta ancora costituzionalmente previsto, è quindi stato abrogato? In linea ormai puramente teorica in Italia, l’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero, è infatti obbligatorio ai sensi dell’art. 112 della Costituzione, come recepito anche negli artt. 50 e 405 c.p.p.; cioè l’azione penale diventa obbligatoria quando la “notizia di reato” è fondata e, in generale, quando gli elementi raccolti durante la fase investigativa sono sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio. La pubblicazione di un Decreto Legge sulla Gazzetta Ufficiale non è quindi una fondata notizia di reato?

Ai Lettori, e soprattutto ai Magistrati, il compito di rispondere.

Mascherina? Non ovunque se credi nelle leggi italiane

Molti riterranno l’utilizzo delle mascherine un “giustificato motivo”, idoneo a scongiurare un eventuale peggioramento della pandemia, sebbene in contrasto con i precetti penali sopra riportati. Bisogna tuttavia considerare che uno dei principi cardine del nostro Ordinamento è quello della gerarchia tra le fonti del diritto: esse non sono tutte di pari grado, bensì assumono importanza differente.

La legge costituzionale è all’apice della gerarchia, seguita dalle leggi statali ordinarie e, solo in seguito, da quelle regolamentari (sia di origine governativa, sia regionale).
La fonte superiore, chiaramente, deve prevale su quella inferiore e quest’ultima non può in alcun modo contraddire le fonti di grado superiore.

Ciò comporta, quindi, che i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri o i Decreti Legge, non possano imporre un precetto che sia in contrasto con quello di una legge ordinaria (quale è quella penale).

Le vie percorribili sono in definitiva due: o è avvenuta un’abrogazione implicita, dunque anche illegale, degli artt. 5, L. 152/75, e 85 R.D. 773/1931, poiché il loro contenuto è completamente in contrasto con il nuovo Decreto Legge, oggi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che impone di andare in giro “mascherati”, oppure quest’ultimo, come tutti precedenti, devono essere disapplicati in favore delle leggi penali di rango superiore.

Il contesto legislativo in cui ci troviamo è comunque a dir poco confusionario ed assurdo, e sarebbe auspicabile che, nonostante il periodo di “probabile emergenza sanitaria” e la necessità di farvi fronte velocemente, non si perdano di vista altri valori altrettanto importanti su cui si basa il nostro Stato, quali quelli sanciti nella nostra Costituzione.

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Immigrazione clandestina: quando Stato e mafia sono grandi alleati!

Un ampio focus per capire quanto la problematica dell’immigrazione non sia un problema, ma una volontà.

Inquadrare la località

Vittoria. Una cittadina senza Sindaco ne giunta, commissariata per mafia, di circa 60.000 abitanti, di cui un quarto immigrati; la maggior parte con permesso di soggiorno provvisorio. Legalità ed illegalità coesistono da sempre, come in un abbraccio indissolubile; una cittadina in cui tutto è in sul filo del rasoio: tra ciò che la legge permette e ciò che vieta. Dove l’acqua corrente, ancora oggi, nelle abitazioni di alcuni quartieri è una cosa sconosciuta; grandi serbatoi dovrebbero essere riempiti dai camion cisterna comunali, ma che non vedendosi mai, costringono i cittadini, dallo spirito aperto e disponibile verso i turisti, a comprare l’acqua da società private. Il tutto contornato da aride campagne, uliveti e fichi d’india; muretti a secco e casolari di pietre chiare, per lo più abbandonati e decadenti. L’arrivo dei migranti, qui a Vittoria, non è un fenomeno recente; i primi sbarchi iniziarono negli anni ’80. Oggi però, sta diventando una vera e propria piaga sociale.

Hotspot

I migranti salvati in mare, o che riescono ad arrivare sulle coste siciliane, vengono portati negli hotspot: strutture allestite a partire dal 2015, per volere dell’Unione Europea, finalizzate alla rapida identificazione e registrazione. La più vicina struttura di questo tipo, una delle più grandi d’Italia, è sorta nella zona portuale di Pozzallo. Gestita direttamente dalla prefettura di Ragusa, i migranti, che spesso tentano la fuga prima del riconoscimento, sono controllati e sorvegliati dalle forze dell’ordine, prima di essere trasferiti in un centro d’accoglienza.

I tentativi di fuga

Molti si chiederanno perché i migranti che vengono salvati e condotti in un hotspot tentino la fuga. Una domanda più che lecita considerato che godono di assistenza medica e di prima necessità. La risposta sta nelle leggi internazionali: una volta registrati in Italia, non possono più richiedere “asilo” o “status di rifugiato” in altri Stati. La maggior parte dei migranti in Italia sarebbe solo di passaggio; vorrebbero infatti raggiungere la Francia e la Germania, dove in molti hanno parenti o amici. I tentativi di fuga sono quindi spesso finalizzati al ricongiungimento.

Perché non consegnare gli immigrati ad altri Stati europei?

La risposta è molto semplice: il binomio Stato-mafia, che in Italia non è mai stato sconfitto. I migranti, il più delle volte, sono una triplice fonte di guadagno una volta assegnati ai campi di accoglienza: grandi fondi statali per il loro mantenimento, caporalato e manodopera, se così possiamo chiamarla, per la gestione di spaccio e prostituzione. Queste sono le principali attività che lo Stato ben conosce e permette qui a Vittoria e nei Comuni limitrofi.

Campi d’accoglienza: più migranti, più soldi per la mafia

Prendiamo in esame un campo d’accoglienza tra i più grandi di Vittoria: capienza massima 120 ospiti. In base ai bandi di concorso, lo Stato versa alla società cooperativa che gestisce la struttura una media di 30 euro giornalieri per ogni “ospite” registrato, in altre parole 108.000 euro al mese, di cui solo 8.000 vengono distribuiti tra gli immigrati (70 ero al mese ciascuno).

Per il mantenimento di una vecchia cascina con una quindicina di alloggi per famiglie, un dormitorio maschile, servizi, cucina, refettorio e qualche dipende, servono davvero 100.000 euro al mese? Oppure lo stato versa in modo “pulito” soldi alla mafia?

Considerato che la spesa per mantenere un hotel di buon livello, con una capacità di 100 posti letto, non supera i 40.000 euro al mese, la risposta pare abbastanza ovvia. Purtroppo i coordinatori delle cooperative, generalmente onlus, che gestiscono questi campi e lottano per una corretta regolamentazione dell’immigrazione, sono abbandonati a loro stessi nella lotta alla mafia, e spesso devono “sottomettersi” alle decisioni dei clan mafiosi; aggressioni e minacce di morte non mancano infatti tra i metodi coercitivi.

Permanenza in un campo d’accoglienza: burocrazia e delinquenza

Lo Stato-mafia che governa l’Italia ha trovato ovviamente il modo per mantenere i campi d’accoglienza costantemente pieni di “ospiti” e crearne sempre di nuovi: la burocrazia. La permanenza media in un campo di accoglienza, dovrebbe essere di qualche mese, ovvero, il tempo di accettazione o rifiuto del singolo migrante sul territorio italiano da parte dell’autorità competente. Ma la realtà è ben diversa.

Quasi nessun migrante viene accettato con lo stato di “rifugiato” o in “asilo”, ma nemmeno viene rimpatriato a differenza di quanto falsamente viene spesso detto da politici ed importanti TG nazionali. Tramite avvocati d’ufficio ha così inizio la trafila burocratica dei ricorsi: primo, secondo e terzo grado, portando la permanenza dei migranti presso le strutture d’accoglienza da pochi mesi e diversi anni.

Molti degli “ospiti” del campo di Vittoria si trovano qui da più di 5 anni, con permessi di soggiorno provvisori costantemente rinnovati. Alcuni di questi lavorano nelle serre o nelle piantagioni fuori dal centro abitato, spesso attraverso il ben diffuso caporalato. Altri, visti i maggiori introiti, nonché il tacito benestare delle Forze dell’Ordine e della prefettura, si dedicano allo spaccio ed alla gestione della prostituzione nel centro cittadino; non è infatti difficile vedere nelle piazze principali, come piazza Manin, immigrati occupati nelle trattative di vendita della droga, ed agenti della Polizia Locale che, facendo finta di non vedere nulla, proseguono nell’attività di controllo dei tagliandi di pagamento delle auto in sosta, lasciando la delinquenza indisturbata.

Andrà quindi sempre peggio?

Sicuramente non sarà la casta politica italiana a risolvere questa situazione; qualsiasi partito risulta verosimilmente corrotto e colluso. L’unica salvezza sarebbe un cambio di mentalità, ed una forte presa di posizione per cambiare le leggi europee sulla distribuzione dei migranti tra gli Stati membri. Solo quando gli italiani riusciranno a sradicare la mafia dallo Stato le problematiche potranno essere risolte.

I magistrati Falcone e Borsellino si rivolterebbero nella tomba sentendo la dichiarazione di un cittadino vittoriese: “purtroppo Falcone e Borsellino hanno agito in tempi sbagliati, quando la gente appoggiava la mafia: i siciliani vedevano i mafiosi come dei Robin Hood per il popolo. Ora però la mafia è “cambiata”, agisce per arricchirsi, non per aiutare gli isolani”. Questa semplice ammissione potrebbe essere un punto di partenza per cambiare mentalità, eliminare la mafia e risolvere buona parte dei problemi del bel Paese.

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“Test rapidi” poco affidabili: troppi falsi negativi!

Arriva l’autunno e con le prime influenze sarà panico: i test rapidi saranno solo un placebo.

Nell’ultimo mese, alcune regioni italiane stanno facendo un ampio ricorso ai cosiddetti “test rapidi” per individuare potenziali contagiati al nuovo Coronavirus, soprattutto negli aeroporti, per il controllo dei passeggeri di ritorno da Paesi come Spagna e Grecia.

Questi test però, a differenza dei tamponi molecolari di cui sentiamo parlare quasi ogni giorno da ormai sette mesi, hanno un’affidabilità limitata.

Facciamo chiarezza e confrontiamo i test: quali sono, come vengono eseguiti e la loro affidabilità.

Quali test esistono e le loro differenze

Quando si sente parlare di “test” per il nuovo Sars-CoV-2, si fa riferimento a tre strumenti diversi:

il primo è quello del tampone faringeo o naso-faringeo, meglio conosciuto come tampone molecolare o Pcr (Polymerase Chain Reaction, nome della tecnica di rilevamento utilizzata). Permette di diagnosticare con una probabilità di errore dall’1 al 4% un’infezione in atto. Ricerca l’Rna virale del nuovo Coronavirus, dato che ne esistono 7 differenti tra loro, ma il procedimento di analisi può durare da diverse ore ad alcuni giorni;

il secondo tipo di test è il comunemente chiamato “sierologico”, e viene effettuato attraverso il sangue. Serve a individuare la presenza nel liquido plasmatico degli anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta all’infezione da Sars-CoV-2. Bisogna sottolineare però che un test sierologico di per sé non è sufficiente per diagnosticare un’infezione in atto: se si risulta positivi al sierologico, serve comunque un tampone molecolare per confermare la positività al nuovo Coronavirus. I casi di falsi negativi sono molto comuni; come dimostrato dai test sierologici “made in china”, ritirati dal mercato spagnolo, che hanno prodotto un risultato del 70% di falsi negativi;

come terza tipologia ci sono i test antigenici. Conosciuti anche con il nome di “test rapidi”. Sono sempre effettuati con un tampone faringeo o naso-faringeo, ma il campione raccolto viene analizzato con una tecnica completamente differente rispetto alla Pcr. Danno risultati in un periodo di tempo molto breve (anche in pochi minuti), ma sono di gran lunga meno affidabili rispetto a quelli molecolari. Un aspetto sicuramente di non di secondaria importanza nel contenimento di un’epidemia. Non consideriamo i test salivari che sono ancora in fase di studio e scarsamente utilizzati.

Misurare l’affidabilità dei test: sensibilità e specificità

L’affidabilità dei test, che siano molecolari, sierologici o antigenici, si misura in percentuale in considerazione alla sensibilità ed alla specificità.

La sensibilità corrisponde alla proporzione di positivi al Sars-CoV-2 identificati correttamente in quanto tali: più è alta è la percentuale di sensibilità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi negativi. Ovviamente il falso negativo è una persona che secondo il test non è infetta, ma che in realtà lo è.

La specificità invece corrisponde alla proporzione di negativi che sono correttamente identificati come negativi al virus: più è alta la specificità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi positivi. In altre parole l’opposto di un falso negativo: persone che secondo il test sono contagiate, quando in realtà non lo sono.

Quanto sono affidabili i test?

Secondo le evidenze scientifiche più recenti, i tamponi molecolari, ovvero trattati con tecnica di rilevamento RT Prc, sono i test considerati più affidabili, con sensibilità e specificità del 95% (fonte Unipd).

I test antigenici, o “test rapidi”, come dice già il nome, si pongono come priorità la velocità di diagnostica e non l’affidabilità. Hanno una sensibilità ridotta del 65% e una specificità del 90% (fonte CerTest Biotec).

L’affidabilità dei test sierologici, invece, varia molto a seconda del numero di giorni che sono trascorsi dal momento dell’infezione; più giorni passano più i sierologici sono affidabili. La percentuale è quindi molto variabile.

La grande problematica dell’uso dei test rapidi

Il potenziale problema dei “test rapidi” sorge dal momento che il governo italiano ha deciso di autorizzarli, per aumentare la capacità delle autorità sanitarie regionali di individuare i nuovi casi di Sars-CoV-2.

Appena iniziato l’autunno, con i primi raffreddori e sintomi influenzali, sembra evidente che sarà necessario eseguire molti più test rispetto ai centomila giornalieri eseguiti nelle ultime settimane.

Saranno i test rapidi, con la loro scarsa sensibilità a proteggerci dalla potenziale seconda ondata? Sembrerebbe proprio di sì. Saranno utilizzati per il controllo delle persone che entrano nel nostro Paese da zone a rischio Covid attraverso porti ed aeroporti, nelle scuole, negli uffici pubblici e forse anche nelle grandi aziende per il controllo del personale.

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Modifica costituzionale approvata! Risparmio dubbio, ma certa la minor rappresentanza

L’entrata in vigore della nuova legge, il possibile Brescellum e il confronto con l’Europa: l’importante è risparmiare un euro e pochi centesimi.

Il referendum confermativo del 20 e 21 settembre, cha ha visto alle urne il 53,8% degli aventi diritto, ha confermato la modifica della Costituzione Italiana. Il 69,64% dei votanti si è espresso in modo favorevole alla riforma, che dovrebbe ridurre i costi del Parlamento riducendo però il numero dei rappresentanti dei cittadini.
In cosa consiste la riforma lo sappiamo: si riduce il numero dei deputati, che dagli attuali 630 passano a 400, ed il numero dei senatori, dagli attuali 315 diventano 200.

Ma quando entrerà in vigore?

La legge approvata attraverso il referendum confermativo, che dunque non necessitava di alcun quorum, è già in vigore, ma produrrà i suoi effetti a partire da 60 giorni dalla sua entrata in vigore.

Se per ipotesi si andasse a votare per eleggere il nuovo governo entro novembre, i cittadini sarebbero chiamati ad eleggere sempre 945 parlamentari. Ma ciò difficilmente potrà succedere, in quanto, prima che agli italiani sia concesso di tornare ad esprimersi, dovrà essere approvata la nuova legge elettorale, in modo che sia compatibile con il taglio dei parlamentari.

Nessun senatore o deputato che sarà giudicato “di troppo” perderà il posto di lavoro in questi giorni. I risultati della riforma si potranno vedere solo dopo le prossime elezioni politiche.

Nuova legge elettorale? D’obbligo il condizionale per il Brescellum

Stando agli ultimi accordi raggiunti dalle forze politiche, che però in Italia si sa, possono cambiare nel tempo di un aperitivo, la nuova legge, soprannominata Brescellum (dal propositore grillino Giuseppe Brescia), dovrebbe essere ispirata dal modello tedesco.

Nel dettaglio il Brescellum, è un sistema di voto totalmente proporzionale. Con il condizionale obbligatorio, dovrebbe essere basata su quattro punti cardine: abolizione dei collegi uninominali, soglia di sbarramento nazionale fissata al 5%, impianto proporzionale e diritto di tribuna.

Non si escludono però modifiche dell’ultimo momento: i renziani e la sinistra spingono, infatti, per un abbassamento della soglia di sbarramento almeno al 4% (attualmente è in vigore al 3%); mentre il Movimento 5 Stelle vorrebbe introdurre le preferenze per quanto riguarda le liste.

La struttura di Camera e Senato dovrebbe invece restare invariata, vale a dire che dovrebbe rimanere stabile il bicameralismo “perfetto”, a meno che tra una cena e un aperitivo politico, non intervengano ulteriori riforme costituzionali.

Il confronto tra Italia e resto d’Europa

Camera e Senato saranno ridimensionate del 36,5%. Andranno a casa, o meglio ad occupare altre cariche e funzioni pubbliche, 315 parlamentari. Se oggi abbiamo un deputato ogni 96 mila abitanti, alle prossime elezioni ne avremo uno ogni 151 mila. Quanto ai senatori, se oggi ne abbiamo uno per ogni 188 mila abitanti, in seguito sarà solo uno ogni 302 mila.

Forse non molti tra i 17 milioni di italiani che si sono espressi favorevoli alla riforma sanno che, l’Italia, con la nuova legge appena approvata approvata, sarà la nazione europea con la più bassa rappresentanza parlamentare, seconda sola alla Germania.

Un risparmio di milioni di euro?

Uno dei punti chiave per cui molti hanno deciso di approvare la riforma: il risparmio. Ma quanto si va a risparmiare rinunciando a circa un terzo dei nostri rappresentanti?

Anche Paperon de’ Paperoni della Disney, che tutti conoscono per la sua avidità, si sarebbe accorto che il risparmio non è proporzionale alla rappresentatività che ci siamo negati. Ogni italiano risparmierà infatti ben 1 euro e 55 centesimi all’anno.

Come? Così poco? Purtroppo si. Mediamente si calcola una spesa di 19 mila euro al mese, per ciascun deputato, e tra i 20 e i 21 mila euro al mese per ciascun senatore, inclusi i rimborsi. Quindi si arriverebbe ad un risparmio di circa 53 milioni di euro dalla Camera e di 29 milioni di euro dal Senato, almeno in teoria, ma in pratica c’è da tener conto di un altro dettaglio: parte di questi soldi torna nelle Casse dello Stato sotto forma di tasse. Il risparmio netto sarebbe quindi di circa 64 milioni di euro l’anno.

A questo punto aggiungiamo a questa cifra le “spese generali” che verrebbero tagliate, come gestione degli uffici, dalla cancelleria, i telefoni ecc.. che per eccesso quantifichiamo in altri 30 milioni di euro.

Calcolatrice alla mano, spalmando i 93 milioni di euro su 60 milioni di cittadini italiani, troviamo il grande risparmio annuo per ogni cittadino: l’euro e mezzo che anche Zio Paperone avrebbe speso per essere giustamente rappresentato.

“Una giusta economia non dimentica mai che non sempre si può risparmiare: chi vuole risparmiare sempre è perduto, anche moralmente”

Theodor Fontane

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